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venerdì 20 febbraio 2009

Un mondo di tutti: Istiljan

Terza puntata della nostra rubrica un “Mondo di Tutti” e prima volta in cui ci occupiamo di una storia proveniente dalla vecchia Europa. Qualche giorno fa, abbiamo intervistato un ragazzo di origine albanese, Istiljan, 22 anni, gli ultimi otto dei quali passati in Italia. E come nelle precedenti occasioni, la lunga chiacchierata ci ha permesso di conoscere punti di vista differenti da quelli a cui siamo abituati e di riflettere insieme sulle possibilità di dialogo e di confronto con persone e culture di altri paesi.

La vicenda personale di Istiljan non è dovuta passare dalle peripezie tragiche affrontate da molti Albanesi per sfuggire da una condizione di miseria e povertà. Da qualche anno per fortuna, non sono più molte le zattere improvvisate che lasciano l’Albania con il loro carico di disperati, alla ricerca di possibilità di riscatto nel ricco mondo occidentale. Isti è invece arrivato in Italia con un normale traghetto e con tutti i documenti a posto, ottenendo il ricongiungimento familiare con il padre che già da alcuni anni lavorava nel nostro paese.

Fin dal primo momento di narrazione della sua storia, ci siamo incuriositi a quelle che erano le aspettative di vita nella terra che lo avrebbe ospitato. Isti ci ha risposto che, prima di partire, era molto contento di arrivare nel nostro paese, principalmente perché in questo modo si sarebbe potuto riunire con la sua famiglia ma anche perché comunque, per come veniva descritta da altri Albanesi, “l’Italia è come un giardino con tanti fiori e dentro i fiori si trovano i soldi. Tutti stanno bene e possono vivere meglio”.

Queste attese non sono poi in realtà venute meno, anche perché in Italia, pur con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni, esistono delle regole ed esiste uno Stato che garantisce a tutti i servizi minimi per una vita dignitosa. Di fronte al nostro sorriso verso queste affermazioni, Isti ci ha fatto capire che la differenza si percepisce eccome quando hai vissuto in un paese dove non c’era lavoro oppure si aveva accesso all’acqua corrente e alla luce solo per poche ore al giorno e dove le istituzioni ─ uscite malconce dalla lunga fase del comunismo e dalla terribile crisi finanziaria del 1997 ─ erano completamente devastate dalla corruzione e dall’immobilismo.

Istiljan ha osservato inoltre (destando una certa sorpresa da parte nostra) come gli Italiani abbiano una grande attenzione per il lavoro, sicuramente maggiore rispetto a quella dei propri connazionali, troppo spesso interessati ─ a suo avviso ─ al divertimento e alla bella vita (anche se poi ha precisato che questo discorso non si può generalizzare a tutti gli Albanesi). In Italia, si pensa a lavorare fin da giovani e probabilmente ci si impegna nel lavoro di più anche rispetto a nazioni come Francia o Germania.

Approfondendo il discorso del suo rapporto personale con la popolazione e la società italiana, Istiljan afferma che non se ne può affatto lamentare. Ci sono certamente delle cose che non gli piacciono, come ad esempio la tendenza a rinviare all’infinito gli impegni presi oppure a non mantenere sempre la parola data (cosa cui invece gli Albanesi tengono molto). Altro aspetto rilevato è che qui in Italia si fanno le cose con troppa furbizia, pensando spesso solamente al rendiconto personale. Tutto ciò comunque non ha mai comportato particolari problemi con gli Italiani, da cui è stato accolto abbastanza bene. Tre settimane dopo il suo arrivo in Umbria, Istiljan si è spostato al collegio di Roccaporena, per studiare presso un istituto tecnico di Cascia. A parte qualche iniziale difficoltà di ambientamento, dovute soprattutto al fatto che ancora non avesse pienamente ingranato con la nostra lingua, Istiljan è riuscito ad integrarsi velocemente, in un ambiente peraltro non semplice, visto che il collegio ospitava molti ragazzi provenienti da contesti familiari difficili. Simpatico e allo stesso tempo significativo un episodio che ci ha raccontato della sua esperienza in Valnerina. Quando gli abitanti del posto si sono resi conto di avere di fronte un ragazzo a posto, molti hanno cominciato a dirgli: “Ah, ma non pensavamo che gli Albanesi fossero così calmi e tranquilli”.

In fin dei conti, aldilà delle normali differenze culturali, Italiani e Albanesi non sono poi così lontani tra di loro. La differenza esiste, Istiljan non la nega, ma non è poi certo incolmabile come spesso si cerca di far credere. Questo lo conferma anche il fatto che in Albania ci siano tantissimi Italiani oppure come le abitudini quotidiane non siano poi così dissimili, tant’è nelle famiglie albanesi pasta e pizza sono popolari come in Italia! Ciò nonostante, ancora molto si deve fare affinché si possa avere uno scambio costruttivo tra le due comunità. Alla nostra domanda se, a suo avviso, gli Italiani sono razzisti, Istiljan risponde negativamente ma afferma anche che non ci sono molte occasioni di dialogo. La compagnia di amici che frequenta è costituita principalmente da ragazzi suoi connazionali e in generale ha notato come, tra Italiani e Albanesi, non ci sia un interesse reciproco a conoscersi gli uni con gli altri.

Con Istiljan abbiamo anche affrontato il tema dell’attenzione mediatica verso quei fatti di cronaca che vedono coinvolti gli stranieri. Isti capisce la paura diffusa che molti Italiani hanno sviluppato negli ultimi tempi, anche perchè ─ sebbene la stragrande maggioranza degli stranieri sia costituita da persone oneste ─ è pure vero che diverse vicende recenti hanno visto come protagonisti degli immigrati (ricorda però che non si può far passare un intero popolo come criminale per colpa di “quattro stupidi”). Peraltro molti degli Albanesi che sono sbarcati in Italia provengono dalle regioni rurali del paese, dove c’è probabilmente un minore grado d’istruzione e di sensibilità civica che ─ a detta di Isti ─ contribuisce alla mancanza del rispetto delle regole. Grande responsabilità è però da attribuire anche alla giustizia italiana che non è in grado di punire a dovere chi si macchia di fatti criminosi. In Albania, i metodi sono probabilmente più spicci. Se fai qualcosa di sbagliato, magari ti mandano in galera per una sola notte: ma quella notte difficilmente te la dimentichi per il resto della tua vita!

In conclusione della piacevole conversazione, abbiamo chiesto in che condizioni si trova l’Albania oggi. Isti premette che la sua risposta non può essere completamente attendibile, in quanto oramai torna nel suo paese solo un paio di settimane all’anno e molte cose, di conseguenza, possono sfuggirgli. Da quello che vede tuttavia, pur permanendo grosse problematiche strutturali, sembra che finalmente si stia intraprendendo qualche passo in avanti verso la modernità. Sono state costruite molte nuove strade e infrastrutture, si sta finalmente parlando della possibilità di essere ammessi nella Comunità Europea ed è probabile anche che il paese entrerà a far parte nella NATO. Il sindaco di Tirana è stato eletto nel 2004 come miglior sindaco del mondo, superando colleghi di città molto più famose ed importanti. Nello stato sussiste poi un reciproco rispetto tra le comunità religiose presenti, vale a dire la maggioranza mussulmana e i cristiani cattolici e ortodossi. Tutti segnali incoraggianti perché l’Albania possa intraprendere una strada di sviluppo e di pace. E’ in questo nuovo paese che Istiljan vede il suo futuro. Ad apposita domanda, la sua risposta è secca, senza alcuna esitazione: “Sì, tornerò in Albania”. Da parte nostra, i migliori auguri perché tutti i suoi desideri possano realizzarsi.


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giovedì 16 ottobre 2008

UN MONDO DI TUTTI: SHIRIN

Qualche tempo fa, alcuni di noi (Giacomo, Alessio e Moira) che si sentono particolarmente toccati dai problemi relativi all’integrazione degli immigrati, hanno incontrato e intervistato una giovane studentessa iraniana, Shirin (amica di Fede, il quale ce l'ha fatta conoscere), in Italia da quattro anni. La ragazza si è laureata in Iran in letteratura italiana, ed è poi venuta in Italia per proseguire i suoi studi iscrivendosi alla facoltà di economia. Il suo progetto iniziale contemplava l’Italia solo come una fase temporanea della sua vita, poiché Shirin sente di dover tornare in Iran, a lavorare e a dare il suo contributo per una società migliore.
Ci sentiamo subito toccati dalla spontaneità e dalla naturalezza di Shirin, che con occhi ridenti e una grande forza nelle parole ci regala un’intervista che si snoda da sola, e che meriterebbe di essere trascritta per intero ma che abbiamo preferito riassumere, per renderla più breve e più leggibile al pubblico.

Interrogando Shirin sul viaggio che dall’Iran l’ha portata qui, la ragazza ci risponde così: “dal punto di vista degli aspetti burocratici ci hanno fatto girare tantissimo da un ufficio all’altro, considerando che la lingua la parlavo malissimo e capivo poco, ho avuto difficoltà… ero con mia sorella, poi quando lei ha visto tutte queste cose qua è voluta tornare!”
Durante il lungo pellegrinaggio che portava Shirin di ufficio in ufficio, la ragazza veniva trattata come una fuggitiva, non come una semplice studentessa venuta in Italia per frequentare l’Università e farsi un futuro. La sua nazionalità sembrava incidere sul comportamento che gli impiegati avevano con lei, che spesso la consideravano un parassita venuta in Europa per vivere sulle spalle degli altri. Per Shirin, che non conosceva ancora bene l’italiano, è stato difficile dare spiegazioni e difendersi. Lentamente, e con grande difficoltà, la lingua italiana divenne meno misteriosa e Shirin se ne appropriò benissimo, anche grazie all’aiuto degli amici e in particolare di una “coinquilina con cui dividevo la camera, italiana, che mi ha aiutato tanto. Mi correggeva mentre parlavo, mi spiegava ciò che non capivo.”


In Italia, Shirin non cerca di frequentare a tutti i costi i suoi connazionali, ma anzi dice di non conoscere quasi nessun iraniano e di avere in compenso molti amici italiani. “sinceramente conosco pochissimi persiani. Lo che ce ne sono tanti, li vedo. Ma non mi piaceva fare una cosa chiusa fra persiani mentre vivo in Italia, perciò non è che li cerco tanto…” Shirin ha infatti paura di ritrovarsi intrappolata in una comunità chiusa e difficilmente penetrabile, da dove una volta entrata sarebbe quasi impossibile uscire. Certamente sa che la comunità è molto solidale quando si tratta di aiutare un connazionale, ma Shirin se ne tiene lo stesso alla larga, temendo la logica del clan… “Anche perchè o fai parte di tutto, o ne stai fuori, non puoi approfittare solo delle cose positive. O devi entrare del tutto o ti lasciano fuori. Devi sempre essere in contatto con loro, devi sempre uscire con loro e tutto il resto… e poi quando non fai queste cose devi spiegare il perchè, e a me non andava…” Shirin preferisce scegliere i suoi amici senza essere condizionata dalla loro nazionalità, e le viene più facile integrarsi nella società italiana piuttosto che entrare nella comunità iraniana della zona, dove le persone (legate dal senso di appartenenza ad una nazione comune) sviluppano amicizie “obbligate” e contribuiscono così alla tessitura di una salda rete di rapporti che, a volte, blocca l’iniziativa personale.

In Iran la giovane Shirin era molto attiva nel movimento universitario che analizzava la politica e la religione ufficiale e cercava di far circolare fra i giovani un’informazione diversa, nella speranza di colpire il sistema con l’unica arma che gli studenti hanno a disposizione, la diffusione della cultura. Ciò era molto rischioso in un paese come l’Iran, nel quale “qualsiasi cosa che vada contro la politica e la religione ufficiale viene considerata illegale”.
“Eravamo un gruppo di giovani che aveva tanti dubbi sulla religione, dunque ci riunivamo e leggevamo dei testi religiosi per poi discuterne” naturalmente l’analisi critica dei testi religiosi era un problema fondamentale per Shirin e i suoi compagni, che tuttavia non riuscivano a procurarsi tutti i testi necessari poiché nella Repubblica Islamica il controllo dell’informazione è molto ferreo, e molti testi (sacri come profani) vengono censurati. La Repubblica si definisce Islamica, ma “la religione viene usata come uno strumento e lo rigirano come vogliono”
Gli universitari creavano seri problemi al potere, le università sono sempre state un luogo brulicante di idee clandestine, e Shirin può testimoniare che “gli studenti in Iran sono il gruppo più attivo e più critico nei confronti della politica. È un fenomeno che è cominciato un po’ dopo la Rivoluzione Culturale, perchè gli studenti sono sempre stati più liberi e ribelli rispetto alla società.” Non solo gli studenti, ma anche molti professori si opponevano al potere ufficiale tenendo lezioni che trattano di attualità, incoraggiando discussioni e sostenendo manifestazioni. Ultimamente però è diventato sempre più pericoloso scendere in piazza a manifestare, e le università sono molto più sorvegliate che in passato. Molti professori con idee “sovversive” vengono licenziati, o addirittura imprigionati. Shirin ci dice che “Il più grande sciopero studentesco risale a nove anni fa, e hanno ammazzato un sacco di gente, ne hanno arrestata ancora di più… e ci sono tantissimi studenti di cui non si sa più nulla, non si sa dove siano finiti”
La politica interna di Ahmadinejad tende a voler controllare le attività degli studenti (e della gente in generale) con la paura. “Ahmadinejad ha deciso che adesso, anche per una cosa piccola, c’è la pena di morte. Visto che la pena di morte ora è permessa, dipende dalla politica decidere se utilizzarla o meno… ciò serve per creare paura tra la gente” oltre alla pena di morte, dopo la Rivoluzione nella legislazione iraniana è stata introdotta ufficialmente la sharia, che viene applicata più o meno rigorosamente a seconda dei casi e dei magistrati che li seguono.

La politica post-rivoluzionaria si accanisce in modo particolare contro le donne. Dopo l’apparente tolleranza che il regime dello scià aveva avuto nei loro confronti, le donne dell’Iran vengono oppresse dalle leggi e dalla religione. Shirin ci dice che nella concezione di Islam che è stata adottata dal regime iraniano, la donna è vista come un essere inferiore, una creatura fragile e maligna che l’uomo ha il diritto di possedere e di tenere sotto controllo. La legge è apertamente schierata dalla parte dell’uomo, tanto che “Secondo il Corano la vita di una donna vale metà della vita di un uomo, quindi per essere condannato dalla legge per stupro devi violentare almeno due donne…”


Parlando della Rivoluzione Culturale, Shirin ci ha spiegato che l’ultimo scià (Mohamed Reza Pahlavi) aveva cominciato ad intraprendere una politica di apertura nei confronti dell’Occidente. Secondo Shirin però, lo scià non aveva completamente ragione nel voler imitare i costumi occidentali… “Non è che io sia tanto d’accordo nemmeno con lo scià, perchè comunque secondo me gli italiani devono rimanere italiani, gli americani devono rimanere americani… e i persiani devono rimanere persiani. Il mondo è bello così, con le sue differenze. È giusto prendere certe cose dagli altri paesi, ma non tutto.”… “Anche perchè fare un indistinto copia e incolla sarebbe impossibile. Anche se guardiamo solo l’Europa, vediamo che i francesi non sono come gli italiani, gli italiani non sono come i tedeschi…”

La Rivoluzione Culturale, avvenuta nel ’79, era sostenuta da molte categorie di persone che si distinguevano tra loro per idee e progetti. Fra loro c’erano lavoratori, studenti, oppositori politici dello scià, fondamentalisti islamici. Questi ultimi presero il sopravvento sugli altri e arrivarono al potere con l’ayatollah Khomeyni, che prima di allora era pressoché sconosciuto, poiché allontanato con l’esilio in Iraq dallo scià Reza Pahlavi (padre di Mohamed Reza) a causa del suo militarismo clandestino nell’ambito del fondamentalismo religioso. Fra l’altro, Khomeyni era uno degli organizzatori di diverse congiure fallite ai danni dello scià. Shirin parla di Khomeyni come di “una persona stupida. Ha parlato male della legge che concedeva il voto alle donne, e dunque lo hanno esiliato in Iraq” Tornò poi a guidare la Rivoluzione fiancheggiato dai mullah, che hanno progressivamente accresciuto il loro potere nel paese. Secondo Shirin “In questi ultimi tempi i mullah hanno cambiato il loro ruolo. Prima erano lì per aiutare la gente, un po’ come i preti. Ora sono diventati dei politici”
Dopo la Rivoluzione, la gente cominciò a rendersi conto che il paese stava lentamente cadendo nelle mani dei fondamentalisti, ma non ebbe tempo di reagire che già era cominciata la guerra contro l’Iraq e tutti avevano altro di cui occuparsi. I fondamentalisti si erano avveduti dello scontento generale e “avevano bisogno di una cosa per indebolire la gente… e cosa c’è di meglio di una guerra? Quando c’è una guerra con un altro paese, tutti lasciano perdere i conflitti interni e vengono a difendere il paese dai nemici esterni.” Così cominciò, nell’80, la sanguinosa guerra fra Iran e Iraq che si protrarrà fino all’88 (conosciuta in Iran anche come la “Guerra Imposta”). Una guerra “imposta” quindi, appoggiata dall’Occidente, il quale traeva i suoi profitti dallo scontro di due potenze petrolifere mondiali. Shirin ci dice che “lo scià era molto forte nel controllare il prezzo del petrolio. Infatti negli anni Settanta è aumentato tantissimo e questo non piaceva all’Occidente…”… “sotto lo scià facevamo paura a tutto il Medio Oriente perchè avevamo tante armi. Eravamo diventati ricchi e avevamo un grande esercito con tante armi… per questo lo scià ha provato ad aumentare il prezzo del petrolio. E secondo me tutto il conflitto è cominciato da qui”
L’Occidente era quindi spaventato all’idea che l’Iran diventasse una potenza economica capace di controllare il mercato mondiale del petrolio, e una guerra contro l’Iraq avrebbe indebolito l’egemonia iraniana in Medio Oriente. Difatti “Saddam prendeva quasi tutte le sue armi finanziate dagli Stati Uniti” e da molte altre potenze occidentali, quali la Francia, la Germania, l’Argentina e il Brasile. L’Iran aveva anche lui i suoi accordi finanziari (era protetto per esempio dalla Cina)…

Nonostante l’avversità nei confronti della politica iraniana, Shirin sostiene che non è per questi motivi che ha lasciato il suo paese. “Io sono venuta qui solo per studiare e per tornare a cambiare le cose nel mio paese. Io ho sempre creduto che se fuggi dal problema il problema non viene mai risolto… infatti secondo me chi rimane e combatte fa una cosa grande… il risultato che si ottiene è un’altra cosa. Non possiamo essere sicuri del risultato che otterremo, ma comunque combattere è importante. Secondo me chi rimane per cambiare le cose può far qualcosa di positivo. Poi secondo me non è vero che non ci si riesce mai, anche perchè ho conosciuto tante persone che potevano scappare dal paese e sono rimaste, magari anche in situazione di crisi… insomma per me sono sempre stati dei modelli molto importanti”…
Per Shirin, il vero cambiamento può venire soltanto dalla gente “Solo un cambiamento che viene da dentro, mai un cambiamento che viene da fuori del paese può aiutare” solo chi vede le cose dall’interno può trovare una soluzione concreta ai problemi dell’Iran, nemmeno gli iraniani che stanno troppo a lungo lontani dalla loro patria non hanno idea di come vadano le cose. Ci sono molte organizzazioni politiche iraniane negli Stati Uniti che credono nel ripristino dell’epoca dello scià, epoca che per Shirin è scaduta da tempo e non potrà mai tornare. Quegli iraniani che invocano il ritorno dello scià non sanno nulla dell’attualità del loro paese, non si rendono conto di quanto le cose siano cambiate. Questo perchè i mezzi di informazione non danno una reale immagine dell’Iran, ma ne danno un’immagine distorta, fasulla. In Italia si sa poco o niente riguardo all’Iran, l’ignoranza è così diffusa che “la maggior parte degli italiani pensa che l’Iran è un paese arabo…”

Per quanto riguarda le valutazioni sul sistema universitario e le differenze fra quello iraniano e quello nostrano, si deve dire che l’ opinione di Shirin è fondamentalmente critica verso l’Italia, anche se, a livello personale, lei ci ha confessato di aver incontrato una certa gentilezza e disponibilità. Questo purtroppo non è accaduto nell’ esperienze compiute frequentando la facoltà di Economia, da lei scelta come indirizzo di studio.
“Problemi tuoi.Quando hai deciso di venire a studiare in un altro paese dovevi considerare tutte le difficoltà che avresti potuto incontrare.”Questa é una delle risposte più emblematiche che si è sentita dire nel momento in cui ha cercato supporto nei docenti al fine di migliorare la sua capacità di comprensione delle lezioni che tenevano. Anche durante i primi esami sostenuti ha avuto modo di riscontrare nuovamente questa stessa superficialità ed indifferenza. Insomma, da questa posizione negativa è emerso che, secondo lei, in Iran l’istruzione universitaria sia maggiormente organizzata ed, in linea di massima, più facilmente accessibile dal punto di vista economico. Oltre tutto sono previsti dei limiti di tempo entro i quali è obbligatorio aver conseguito la laurea, ed esistono organismi universitari appositamente istituiti per il controllo e la vigilanza del comportamento dei docenti, i quali quindi sono generalmente più disponibili in quanto maggiormente responsabilizzati.
Per quel che attiene alle differenze principali fra i due popoli, iraniano ed italiano, si può dire che Shirin abbia praticamente posto l’accento cruciale sul rapporto che nei due paesi si ha, generalmente, con le istituzioni, con la classe politica dirigente e con gli organi di informazione. In Iran, secondo lei, c’è molta più diffidenza rispetto al comportamento medio degli italiani, il quale le sembra essere lassista ed abitudinario.In sintesi c’è uno stimolo minore ad andare ad analizzare quello che viene proposto dall’alto quotidianamente, ed il bisogno di ricercare fonti alternative ed il confronto con quello che accade all’estero risulta essere meno sentito nel nostro paese. Shirin peraltro afferma che questo sia naturale, in quanto nel suo paese trasmettono programmi radiofonici e televisivi sugli Stati Uniti, sull’ Inghilterra ed in generale sui paesi occidentali, per poi metterli a confronto con la situazione iraniana e dire, in fine, fondamentalmente tutte bugie, cercando di manipolare la realtà a favore degli interessi dello Stato. Secondo lei, inoltre, la mancanza di un effettivo senso critico e di una vera e propria volontà di analisi, confronto e dialogo non è presente solo negli spettatori, ma pure nel “mondo” di chi dovrebbe fare informazione e procurare, nel miglior modo possibile, gli strumenti idonei ad una osservazione più obiettiva e meno condizionata. Per fare un esempio, durante il primo anno della sua vita in Italia, vide alla televisione un sevizio giornalistico che parlava di Teheran (città di 15 milioni d’abitanti) inquadrando un’immensa distesa desertica, quando paradossalmente la città è posizionata in una zona montuosa.
Degno di essere riportato è, poi, il suo pensiero sulla figura della donna in Italia, ed in generale in occidente, la quale è caratterizzata da una posizione di contrarietà. In primis, la sua critica è rivolta verso quella logica, che porta le donne a sembrare esclusivamente un oggetto da copertina in tutto e per tutto funzionale ai bisogni del sesso maschile. Anche da ciò emerge, per contrapposizione, il fatto che in Iran questo tendenziale sfruttamento dell’immagine femminile non si riscontra assolutamente, e non solo semplicemente in virtù del contesto religioso e culturale, ma, soprattutto, perché sussistono espliciti impedimenti legislativi in tal senso.
Per chiudere, ritornando sul discorso delle aspirazioni future, ci dice”Io credo che, per la realizzazione di questa mia speranza, la chiave irrinunciabile sia la conoscenza, la cultura, la quale sola può salvare dall’ignoranza e quindi, molto probabilmente, dalla miseria e dal degrado. In particolare la mia aspirazione è sempre stata conseguire una laurea universitaria, per poi acquisire una cattedra in un ateneo iraniano. Ora ho visto che, comunque, è molto “rischioso” fare programmi a lungo termine, a maggior ragione se ti trovi all’estero, perché non sai mai cosa ti può accadere nel mezzo e chi potresti conoscere durante tale esperienza. Quello che resta indiscusso è che non vorrò mai “tagliare i ponti” con la mia terra di origine, l’Iran, dove sicuramente, prima o poi, farò ritorno.”


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domenica 5 ottobre 2008

Un mondo di tutti: Souhila

Incontriamo Souhila ai giardini pubblici di Bastia, seduti su una panchina sotto un bel sole di metà settembre. Algerina di 17 anni e mezzo, è arrivata in Italia a 13.
La vita in Algeria scorreva tra scuola e casa. In aula, maschi e femmine insieme come qui in Italia, dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 17 per seguire lezioni di arabo, matematica, storia, geografia, inglese, francese e 3-4 ore a settimana di religione.
Avendo entrambi i genitori già in Italia, nell’ultimo anno di permanenza nella sua amata patria, prima di raggiungerli, Souhila ha provveduto a portare avanti la gestione domestica della famiglia con l’aiuto della nonna.
Arrivata in Italia il 17 aprile 2004 in una giornata di pioggia, come lei ci ricorda, l’impatto con un mondo tutto nuovo è stato molto duro, e la prima settimana è rimasta praticamente chiusa in casa. Frequentando la scuola (quasi alla fine del secondo anno scolastico delle medie) con l’aiuto di una professoressa ha iniziato a conoscere la lingua italiana. Tuttavia l’integrazione con i coetanei restava e resta tuttora problematica, soprattutto per la limitata apertura mentale verso “l’altro” da parte di molti italiani, giovani e non solo.
Elemento che ha ulteriormente rappresentato una difficoltà nell’integrazione è rappresentato dalla sua scelta, presa in piena autonomia, di indossare il velo (hijab che copre orecchie, nuca e capelli lasciando il volto scoperto) all’età di 14 anni. Questa decisione, alla quale Souhila attribuisce un elevato valore significativo come senso di appartenenza e condivisione dei principi della religione islamica, è stata oggetto di battute, a volte anche moralmente offensive, da parte di alcune compagne di classe, portandola ad un malessere interno che l’ha condotta alla difficile scelta di togliere il velo. Rimane comunque in lei la volontà di rimetterlo quanto prima, riconoscendo in esso un segno di protezione e di pudore, sulla base dei precetti dell’Islam, che caratterizza la donna musulmana pura.
Souhila cerca di vivere in modo intenso il rapporto con la propria fede, avendo al contempo la fortuna di avere alle spalle una famiglia perfettamente in grado di capire e condividere le esigenze di una ragazza che si trova in contesto culturale e valoriale diverso rispetto a quello in cui è cresciuta, consentendole quindi una flessibilità di comportamenti, pur nel rispetto delle linee guida dell’Islam.
Tutto questo non le permette tuttavia di vivere pienamente il proprio credo, avvertendo soprattutto limiti nelle infrastrutture e nella possibilità di condividere collettivamente importanti momenti dell’Islam, come può essere il mese del Ramadan. Nonostante la comunità musulmana nella zona sia numericamente consistente, la Moschea più vicina è quella di Ponte Felcino, che anche Souhila e la famiglia frequentano. In merito alla nota vicenda che ha coinvolto l’ex Imam della moschea Mostapha El Korchi, Souhila, che ne conosce la moglie e la famiglia, esprime dubbi sulla reale sussistenza delle accuse di una vicenda troppo facilmente dimenticata.
Interessante argomento di discussione è stato la figura della donna nell’Islam, e del rapporto uomo-donna. Anche in questo caso dalle parole di Souhila si evidenzia una generale e diffusa disinformazione da parte dell’opinione pubblica nostrana. In particolare emerge lo stereotipo della condizione della donna sottomessa ad un maschilismo estremo derivante dalla religione islamica, che si manifesta sia nel velo, come prima ricordato, sia nella disoccupazione della moglie/madre musulmana. La realtà dei fatti che ci delinea Souhila è sensibilmente differente. In modo particolare, il fatto, oggettivo, che poche donne lavorino è il risultato principalmente di una scelta volontaria della donna stessa, che attribuisce un grande e rilevante valore all’attività domestica familiare e all’allevamento diretto dei propri figli. Souhila, che condivide questo valore e che al tempo stesso lavora saltuariamente come cameriera, si dimostra comunque attenta nel ritenere che debbano essere presi in considerazione anche tutta una serie di altri aspetti (ad esempio la capacità della famiglia di vivere o meno con un unico reddito) per poter elaborare un pensiero in merito alla questione.
Nel rapporto uomo/donna riconosce che una ragazza è più limitata nelle libertà rispetto ad un ragazzo. Ci spiega infatti che in Algeria tendenzialmente l’uomo si può permettere maggiori libertà di comportamento (tipo uscire fino a tardi la sera) che invece la donna non può consentirsi. Confrontando l’uomo arabo e quello occidentale, non riconosce molte differenze, sebbene l’eccessiva libertà occidentale può tradursi in una degenerazione di vizi. Altro aspetto interessante è dato dal fatto che, nella tradizione araba, l’amicizia uomo-donna è “inconcepibile” (ferma restando la maggiore o minore apertura mentale della singola persona, che esula dal contesto religioso o culturale), mentre lei qui in Italia ha avuto modo di contraddire questa limitazione.
Parliamo infine con Souhila dell’evoluzione dell’Islam nel suo Paese, anche a fronte del nuovo scenario post 9/11. Sull’episodio e soprattutto sull’evoluzione dei fatti derivanti dagli atti terroristici esprime incertezze, senza sbilanciarsi, pur riconoscendone un effetto pesante sull’immagine dell’Islam che si traduce nella paura del musulmano. Per quanto riguarda l’Algeria ritiene che il suo paese sia riuscito a superare le tensioni derivanti da sanguinosi anni di guerra civile, riuscendo al contempo a garantire una modernizzazione dell’Islam senza comprometterne i valori basilari, a differenza della vicina Tunisia che ha intrapreso una laicizzazione estrema arrivando a vietare il velo, misura che lei reputa ingiusta. L’Islam algerino viene quindi più sentito, sebbene i giovani tendano a praticarlo meno, senza per questo degenerare in forme fondamentaliste o estreme.
Dopo 4 anni di vita in Italia chiediamo quali siano secondo lei i valori che il mondo occidentale dovrebbe assorbire da quello arabo, e viceversa. Dimostrando una mentalità aperta all’integrazione, ritiene che in Occidente si dovrebbe far imparare a scuola la lingua araba per consentire di superare la disinformazione e consentire di capire e conoscere meglio una cultura e una religione spesso ignorata. Viceversa non ha trovato elementi da esportare verso il mondo arabo.

Incontro sicuramente ricco di spunti e di riflessioni. Confrontandolo con il precedente incontro con Shirin, abbiamo due visioni opposte dell’Islam, la prima laica e distaccata, in questo caso fortemente sentita. Ne deriva una visione radicalmente opposta sia dei contenuti di merito della religione sia soprattutto nella concezione della figura femminile. Rimane comunque fondamentale ricollocare i due interventi su un piano prima di tutto culturale anziché religioso. Ciò ci consente di comprendere come l’uso e/o l’abuso di stessi concetti della religione da parte di coloro che si fanno interpreti e portatori della cultura possa dare una visione totalmente opposta di una stessa cosa. Senza la volontà di esprimere una preferenza per l’una o l’altra visone, si vuole semplicemente ribadire l’importanza e l’assoluta necessità di essere in grado di saper distinguere e non confondere religione e cultura al fine di non attribuire all’una meriti o demeriti dell’altra.


Continua...