lunedì 2 febbraio 2009

Giuliana Sgrena a Foligno

Segnaliamo la presentazione, con la partecipazione dell'autrice, del nuovo libro di Giuliana Sgrena "Il prezzo del velo" che ci sarà domani martedì 3 febbraio a Foligno (presso la Libreria Carnevali, in Via Pignattara 38) alle ore 16:00. L'iniziativa è promossa dal Distretto scolastico n.7 - Progetto lettura in collaborazione con l'Officina della memoria, la Casa dei popoli e Sovversioni non sospette slr. Conduce la conversazione M. Rita Cacchione
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Intervista tratta da http://www.wuz.it/intervista/1939/intervista-giuliana-sgrena.html

Siamo in compagnia di Giuliana Sgrena per parlare del libro Il prezzo del velo il cui sottotitolo recita la guerra dell’Islam contro le donne. Cominciamo a dire il perché di questo libro adesso.
Questo libro rappresenta un po’, o vuole per lo meno rappresentare, il mio ritorno alla normalità a quello che ho sempre fatto, superando la parentesi di ciò che mi è successo in Iraq. Il mio primo libro pubblicato nel ‘94 si chiamava La schiavitù del velo e trattava la questione dell’integralismo islamico visto però direttamente dalle donne, da donne egiziane, marocchine, algerine. Avevo raccolto degli scritti, li avevo messi insieme e avevo introdotto questo argomento che ancora era sconosciuto in Italia. A distanza ormai di quasi 14 anni, da tempo mi ero ripromessa di riprendere questo discorso anche perché fin da allora io ho continuato in tutti i miei viaggi, in tutti i miei reportage in giro per il mondo musulmano, a raccogliere materiale, testimonianze di donne su questa realtà, sulla condizione della donna in questo mondo. Quindi adesso mi sembrava giunto il momento di pubblicare questi materiali anche perché la questione del velo, la questione della condizione delle donne musulmane nel mondo islamico, ma anche da noi, comincia a diventare un tema importante da trattare

Quello che ha definito con un eufemismo garbato una parentesi avrà aggiunto una consapevolezza diversa alla sua scrittura. In qualche modo è un tema fortemente legato a quello che scrive nel libro. Non scriverà adesso come scriveva nel ‘94... Si parla di una "cattività" delle donne in qualche modo tenute sotto schiaffo da una cultura.
Non tanto da una cultura perché non si tratta tanto di cultura ma si tratta di religione, di una lettura della religione che per molti versi è tornata indietro rispetto alla realtà di qualche decennio fa. È in corso in questi paesi un processo di re-islamizzazione da parte soprattutto di gruppi islamisti che utilizzano la religione a fini politici per prendere il potere e che fanno leva sul fallimento di alcuni movimenti nazionalisti di alcuni progetti di società laici per imporre una loro nuova visione dell’Islam che comporta dei cambiamenti nei costumi a partire proprio da una maggiore repressione delle donne. In alcuni paesi, come l’Arabia Saudita, in effetti, le donne non avevano mai conquistato una loro libertà di diritti. In altri paesi avevano conquistato dei diritti, ma abbiamo visto che negli ultimi anni sono andati perdendosi. C’è un’imposizione del velo, ad esempio, che non è il velo della tradizione, ammesso che la tradizione possa essere una cosa che non si cambia. La mia bisnonna portava il fazzoletto in testa, mia nonna qualche volta, mia mamma non l’ha mai portato ed io neanche. Io penso che le tradizioni possano evolversi. Ma addirittura in questi paesi quello che si pone adesso non ha nulla a che vedere con la loro tradizione. È un velo ideologico, è un velo che risponde ad alcuni dettami più della politica che della religione. Il chador che si impone, il chador che viene e che ha come spinta ideologica la rivoluzione islamica in Iran. Quindi, non si tratta tanto di un recupero delle tradizioni, di una cultura o di una identità. È un altro processo, è un processo ideologico di re-islamizzazione, ancor più pericoloso rispetto al recupero di una tradizione o di una cultura. È un processo molto pericoloso che rischia di annullare i diritti della donna per molto tempo. Però quello che cerco di mettere in evidenza in questo libro è che c’è una reazione a questo processo.

Ci muoviamo un po’ su un terreno scivoloso. Immagino che stabilire un lessico comune sia importante. Quando si parla di re-islamizzazione si assume che tutti quei valori che riassume quella religione, e per esteso anche quella cultura - a questo mi riferivo quando parlavo di una cultura che tiene sotto schiaffo di una determinata parte dell’Islam -, siano negativi in toto. Allora come facciamo per separare il grano dal loglio?
La re-islamizzazione secondo me non ha nulla a che vedere con la religione in sé. È un processo politico che strumentalizza la religione e deve per forza imporre un segno forte di essa. Non può essere una visione tollerante e moderata né tanto meno favorire un processo di secolarizzazione dell’Islam perché altrimenti non si potrebbe più usarlo a fini politici. Quindi, in questo senso io dico che, mentre negli altri paesi è in corso o è appena iniziata una lotta per la secolarizzazione, cosa che altre religioni hanno vissuto in passato, hanno attraversato e hanno superato e hanno attraversato un periodo molto difficile di lotta e di spargimenti di sangue, questo processo inizia ora nell’Islam. Ma questa re-islamizzazione ha come obiettivo quello di bloccare qualsiasi secolarizzazione dell’Islam e di mantenere la vita politica e sociale legata alla religione. E, in questo senso, non può essere che regressiva, non può essere un’evoluzione positiva perché se tutto viene legato alla religione chiaramente non può esserci tolleranza non può esserci un “diverso” perché tutto viene identificato con l’appartenenza religiosa.

Il fatto che si parli dei re-islamizzazione è interessante. Nel suo libro colpisce molto il discorso sull'Iran degli anni 2000 in cui noi diamo per scontato che le cose siano sempre state così. Invece no, in un passato recente, in un ieri visibile l’Iran, che oggi viene identificato come l'origine dei mali da una parte del modo occidentale, è stato anche un paese moderno. Non possiamo non sentirci correi: questo movimento di re-islamizzazione è da imputarsi anche ad una mancata consapevolezza di noi europei, di noi occidentali.
Sicuramente in Iran possiamo dire che la modernizzazione che c’era stata era una modernizzazione un po’ forzata. Un processo di modernizzazione e anche di ricerca di autonomia dalla religione o comunque un processo che riguarda le donne attraverso movimenti femministi esistevano già agli inizi del Novecento. Esistevano anche in Egitto, per esempio, il velo era stato abolito in Afghanistan negli anni Venti, la Turchia è una dei casi più emblematici. Questi processi erano andati avanti: questo ritorno indietro per questi paesi per queste popolazioni, soprattutto per gli intellettuali, per le donne, per i democratici è drammatico. L’Occidente non conoscendo, non volendo conoscere, queste realtà adesso spesso chiude gli occhi. C’è una doppia posizione: c’è chi continua a vedere questi mondi come mondi popolati dai selvaggi, e quindi “che stiano a casa loro che noi non li vogliamo neanche vedere”, e c’è un’altra parte, che riguarda soprattutto la sinistra, che è afflitta da un relativismo culturale per cui, considerando tutto bene, considera bene anche le forme più arcaiche che prevalgono in questi momenti in quei paesi quindi tutto viene giustificato in nome della cultura, della loro identità, senza vedere che ci sono dei movimenti che si oppongono a questi nuovi processi. Non vedendo questi nuovi processi e ignorandoli, facendosi conniventi con chi vuole imporre questa visione arretrata della società, non solo della religione, ma proprio della società, si rende complice. E si rende complice del fatto che i movimenti progressisti, i movimenti delle donne per conquistare i loro diritti vengono drasticamente repressi

C’è una parte del suo libro in cui viene additata la responsabilità dei media. Per esempio le giornaliste corrispondenti da quei paesi si fanno riprendere con il chador ed è folklore in qualche modo. È un comportamento che rema contro la causa delle donne islamiche?
Sì. Me lo facevano notare delle amiche iraniane vedendo delle giornaliste italiane, sono soprattutto giornaliste italiane, perché non succede con le giornaliste di altri paesi europei che si fanno riprendere con il chador anche in situazioni in cui del chador potrebbero fare volentieri a meno. Questo trasmette un’immagine che, in qualche modo, avalla o accetta le imposizioni del velo come se fosse una questione normale, come se fosse una cosa non pesante per una donna il fatto di mettere il velo, di essere costretta a portare il velo. Io capisco che per una giornalista che per una volta va lì può essere più esotico, più folkloristico mettere un velo in testa: così fa vedere all’Occidente che è in un paese dove i costumi sono diversi. Ma il messaggio che si manda per le donne che sono costrette a portare il velo e che per non metterlo si fanno mettere in prigione, oppure - come è successo in Algeria negli anni Novanta - si fanno anche uccidere, è un messaggio estremamente negativo. Dovremmo cominciare proprio a valutare i particolari, perché io penso che lo si faccia con superficialità, che non lo si faccia consapevoli che questo può essere un messaggio negativo. Non possiamo più permetterci questa superficialità perché danneggia le persone che per questi valori si giocano la vita.

In ultima analisi: qual è l’elemento così destabilizzante che delle donne si vuole neutralizzare con l’imposizione del velo?
Con l’imposizione del velo si vuole imporre il controllo sulla sessualità della donna. La donna viene considerata all’origine di tutti i mali e soprattutto all’origine della provocazione dell’uomo. L’uomo deve far valere il proprio onore ma non respingendo la provocazione bensì evitandola. Quindi, la donna velata, con gli occhi bassi, che parla a voce bassa, che non si fa sentire quando si muove, è la garanzia dell’onore del maschio. Il problema è che questo onore il maschio lo fa valere sul corpo delle donne. Non è mai lui che si fa protagonista in prima persona, ma è la donna che deve subire queste imposizioni per poter garantire al maschio il proprio onore, la propria virilità. E quindi questo è il fatto inaccettabile: che la donna debba annullare il proprio corpo per permettere all’uomo una propria identità, un proprio onore.

È spericolato provare a stabilire un parallelo su quello che sta accadendo in questi giorni in Italia a proposito della legge 194, riguardo al controllo del corpo della donna?
Naturalmente bisogna fare le dovute differenze perché i contesti storici e culturali sono diversi. Ma in tutte le religioni monoteiste c’è il virus dell’integralismo che si manifesta in tempi e modi diversi ma che ha la stessa origine. Quindi, quello che sta succedendo oggi in Italia fa parte sempre di quella concezione per cui l’uomo deve avere il controllo sul corpo della donna. La legge 194 che garantisce alla donna il diritto di decidere e quindi la propria autodeterminazione è una cosa che non è mai stata accettata fino in fondo dalla religione cattolica e quindi ogni tanto torna all’attacco per vanificare quella legge che garantiva questa scelta della donna. In un certo senso sì, si può assolutamente paragonare: di fondo c’è sempre il controllo del corpo il controllo della sessualità della donna sia in una religione che nell’altra

Forse a volte siamo portati a considerare la questione in termini accademici perché ci sembra che si parli di una cultura che non è la nostra. In realtà noi viviamo con queste persone, le abbiamo nel nostro paese, le abbiamo in Europa. L’anno scorso in Francia c’è stato il caso, su cui lei si esprime nel libro, della legge che impedisce di portare a scuola segni distintivi di qualunque tipo di religione. Secondo lei è sensato muoversi in quella direzione?
Io avevo dei dubbi sul fatto che una legge potesse avere gli effetti sperati, cioè quelli che devono favorire l’eliminazione del velo. E poi avevo deciso di andare in Francia a vedere quello che sarebbe successo dopo l’entrata in vigore di questa legge. Non sono potuta andare subito per motivi di salute e quindi non sono andata a settembre, quando è entrata in vigore la legge, ma sono andata a dicembre. Vi sembrerà strano ma a dicembre il problema del velo non esisteva più nelle scuole francesi, perché la legge aveva funzionato alla perfezione. In tutto si erano ritirate dalle scuole francesi 97 ragazze musulmane e di queste una buona parte si era iscritta alle scuole cattoliche perché permettono di portare il velo, una piccola parte si era iscritta a scuole per corrispondenza e meno di 10 avevano lasciato la scuola. Quindi, evidentemente, queste avevano pagato il prezzo di questa legge. Però le ragazze che io ho intervistato, che potevano finalmente andare a scuola senza il velo, invece, erano molto contente che fosse stato tolto un ricatto che, non tanto la loro famiglia, ma soprattutto i leader integralisti del loro quartiere imponevano su di loro. Quindi il fatto che a scuola fosse vietato per loro rappresentava goà un motivo per non portare il velo. Poi magari quando entrano nel loro quartiere lo devono portare, ma poi subito dopo lo mettono in borsa e non lo indossano più. Questo è avvenuto in un paese laico come la Francia. L’Italia non è un paese laico, quindi immagino che la reazione potrebbe essere opposta.

Un’ultima domanda, citiamo un precedente: si fa accenno alle donne di Algeria, un movimento compatto e consapevole che ha avuto una forte influenza sulla società civile.
Sì, secondo me il caso algerino è il caso più emblematico perché gli anni Novanta sono stati gli anni in cui il movimento islamista, un islamismo molto radicale, si stava imponendo in Algeria. Si stava imponendo con metodi non pacifici ma con una lotta armata e con metodi molto violenti usati contro la popolazione e soprattutto contro le donne, che avrebbero dovuto portare il velo, lasciare il lavoro, non fare più educazione fisica a scuola, avevano chiuso gli hammam per evitare che le donne si incontrassero. E le donne hanno reagito in un modo veramente straordinario a queste imposizioni rifiutandosi di accettarle, giocando anche sulla testa dei loro figli. Quando gli islamisti non volevano che le scuole riaprissero, le donne hanno mandato ugualmente i figli a scuola consapevoli che non potevano condannarli all’ignoranza, alla non educazione e questa resistenza delle donne algerine è riuscita ad evitare che l’Algeria diventasse uno stato islamico, almeno fin ora.

Di Matteo Baldi, 29 Febbraio 2008.

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