venerdì 26 febbraio 2010

“Primo marzo 2010, una giornata senza di noi”

In concomitanza con molte altre città italiane, anche a Perugia si terrà la manifestazione di protesta degli immigrati stranieri “Primo marzo 2010, una giornata senza di noi”. Appuntamento alle ore 14:30 in Piazza Italia.

tratto da www.primomarzo2010.it

Domenica 17 gennaio, in coincidenza con la Giornata internazionale del migrante, abbiamo presentato ufficialmente il manifesto programmatico del movimento Primo Marzo 2010, una giornata senza di noi. Eccolo!

«Primo Marzo 2010, una giornata senza di noi è un collettivo non violento che riunisce persone di ogni provenienza, genere, fede, educazione e orientamento politico. Siamo immigrati, seconde generazioni e italiani, accomunati dal rifiuto del razzismo, dell'intolleranza e della chiusura che caratterizzano il presente italiano. Siamo consapevoli dell'importanza dell'immigrazione (non solo dal punto di vista economico) e indignati per le campagne denigratorie e xenofobe che, in questi ultimi anni, hanno portato all'approvazione di leggi e ordinanze lontane dal dettato e dallo spirito della nostra Costituzione.

Condanniamo e rifiutiamo gli stereotipi e i linguaggi discriminatori, il razzismo di ogni tipo e, in particolare, quello istituzionale, l'utilizzo stumentale del richiamo alle radici culturali e della religione per giustificare politiche, locali e nazionali, di rifiuto ed esclusione. Ricordiamo che il diritto a emigrare è riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e che la storia umana è sempre stata storia di migrazioni: senza di esse nessun processo di civilizzazione e costruzione delle culture avrebbe avuto luogo.

La violazione di questo e di altri diritti fondamentali danneggia e offende la società nel suo complesso e non solo le singole persone colpite. Vedere negli immigrati una massa informe di parassiti o un bacino inesauribile di forza lavoro a buon mercato rappresentano, a nostro avviso, impostazioni immorali, irrazionali e controproducenti. La parte preponderante degli immigrati presenti sul territorio italiano lavorano duramente e svolgono funzioni essenziali per la tenuta di una società complessa e articolata come la nostra. Sono parte integrante dell'Italia di oggi.

La contrapposizione tra «noi» e «loro» , «autoctoni» e «stranieri» è destinata a cadere, lasciando il posto alla consapevolezza che oggi siamo «insieme», vecchi e nuovi cittadini impegnati a mandare avanti il Paese e a costruirne il futuro. Vogliamo che finisca, qui e ora, la politica dei due pesi e delle due misure, nelle leggi e nell'agire delle persone.

Il nostro primo obiettivo è organizzare per il 1° marzo 2010 una grande manifestazione non violenta dal respiro europeo, non solo con la Francia che con la Journée sans immigrés, 24h sans nous ci ha ispirato, ma anche con la Spagna, la Grecia e gli altri Paesi che si stanno viavia attivando. Vogliamo stimolare insieme a loro una riflessione seria su cosa davvero accadrebbe se i milioni di immigrati che vivono e lavorano in Europa decidessero di incrociare le braccia o andare via. Il 1° marzo faremo sentire la nostra voce in modi diversi, che saranno definiti, di concerto con i comitati territoriali, in base alla concreta praticabilità e all’efficacia.Non ci precludiamo nessuno strumento, ma agiremo sempre nel rispetto della legalità e della non violenza».

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venerdì 19 febbraio 2010

"Come un uomo sulla terra"

In allegato il volantino della serata organizzata dal gruppo Amnesty International PG che si terrà la sera di giovedì 25 febbraio a Perugia (cinematografo comunale S.Angelo). Verrà proiettato il film-documentario "Come un Uomo sulla Terra" riguardante l'immigrazione irregolare, e in particolare gli effetti che l'accordo Italia-Libia sta avendo sulle modalità di rimpatrio dei clandestini. Seguirà un dibattito.


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domenica 14 febbraio 2010

Bando ANNO 2010 Premio “UN SOLO MONDO”

L'UVISP (Unione Volontariato Internazionale per lo Sviluppo e la Pace) organizza la XVII edizione del Premio artistico-letterario internazionale
“UN SOLO MONDO”

IL TEMA
“Crea un mondo di pace...”

REGOLAMENTO
Il Premio si articola in 3 sezioni:
A) Poesia singola inedita
B) Racconto inedito
C) Premio “Adriana Paulon” per giovani fino a 25 anni che possono esprimersi anche attraverso: a) Pittura; b) Fotografia e Computer Grafica

NUMERO DI COPIE
Gli elaborati scritti dovranno essere spediti in sette copie nitidamente dattiloscritte, di cui una sola copia con firma, indirizzo, codice fiscale e telefono dell'autore a: Premio artistico-letterario internazionale “Un solo mondo” c/o UVISP – casella postale 32 – 06088 S. Maria degli Angeli (PG), entro il 30 giugno 2010 (farà fede il timbro postale). Le opere possono essere inviate anche per e-mail all'indirizzo: info@uvisp.org specificando nell'oggetto: Premio “Un solo mondo”. Le opere, pur nella libertà dell'espressione artistica, dovranno attenersi alle finalità del bando stesso.

QUOTE DI PARTECIPAZIONE
Quote di partecipazione (per ogni opera): adulti euro 20; giovani fino a 25 anni euro 10. Quest'anno le quote di partecipazione saranno utilizzate dall'UVISP per un suo specifico progetto: contribuire ad eliminare il fenomeno dei bambini di strada nella Repubblica del Congo. Al concorso possono partecipare autori italiani e stranieri con lavori in lingua italiana, dialetto o altre lingue europee, purché munite di traduzione. Il contributo di partecipazione deve essere versato sul conto corrente postale n. 10025062 intestato a UVISP – S. Maria degli Angeli – Assisi (PG), specificando la causale: Premio “Un solo mondo” (fotocopia della ricevuta di versamento dovrà essere allegata agli elaborati).

LA GIURIA
Le opere verranno attentamente valutate da una qualificata giuria. L'operato della giuria è insindacabile e inappellabile.

LA PREMIAZIONE
La premiazione sarà effettuata una domenica di ottobre 2010 (ore 15.30), presso la sede UVISP di Bastia Umbra (PG).

PREMI
Sezione A – Poesia singola inedita
1° classificato: diploma e viaggio-soggiorno per due persone per due notti in Europa o Italia
2° classificato: diploma ed eleganti libri d'arte illustrati offerti dalla Libreria Mondadori di Bastia Umbra
3° classificato: diploma e pregiata confezione di vini e olio umbri offerta da Cantine Bettona

Sezione B – Racconto inedito
1° classificato: diploma e viaggio-soggiorno per due persone per due notti in Europa o Italia
2° classificato: diploma ed eleganti libri d'arte illustrati offerti dalla Libreria Mondadori di Bastia Umbra
3° classificato: diploma e pregiata confezione di vini o olio umbri offerta da Cantine Bettona

Sezione C – Premio “Adriana Paulon” per giovani fino a 25 anni
Settore Pittura
1° classificato: diploma e un'opera realizzata e offerta dal M° Raffaele Tarpani: litografia ritoccata a mano
2° classificato: diploma e un'opera realizzata e offerta dal M° Raffaele Tarpani: litografia
3° classificato: diploma e un'opera realizzata e offerta dal M° Raffaele Tarpani: litografia

Settore Fotografia e Computer Grafica
1° classificato: diploma e una tavola realizzata in affresco digitale, riproduzione di un volto di S. Francesco facente parte del ciclo Giottesco della basilica superiore di Assisi; offerto da Asterisco Pubblicità
2° classificato: diploma e una riproduzione in stampa digitale su tela pittorica ritoccata a mano di un'opera del pittore Angelo Dottori
3° classificato: diploma e una stampa fotografica su tela pittorica; la fotografia originale in B/N è di Angelo Dottori

La Responsabile del Premio
Prof.ssa Marinella Amico Mencarelli



U.V.I.S.P.-Assisi
(Unione Volontariato Internazionale per lo Sviluppo e la Pace)
Zona Industriale Ovest – settore H
06083 Bastia Umbra (PG)
Tel. 075.8004667 – Fax 075.8004748
info@uvisp.org
www.uvisp.org

FINALITA'
Il Premio artistico-letterario internazionale “Un solo mondo” si pone l'obiettivo di creare, attraverso la produzione artistica, una mentalità nuova che si fondi sui valori della solidarietà, della giustizia, della pace e del rispetto per l'ambiente. Anche la 17^ edizione di questo concorso è bandita e organizzata dall'UVISP-Assisi, organismo non governativo (ONG) di cooperazione e solidarietà internazionale fondato e diretto da p. Giorgio Roussos. UVISP-Assisi da più di 20 anni realizza progetti di sviluppo in America Latina, Africa e Asia. I progetti riguardano 3 aree di intervento: istruzione; sanità; lavoro.

LA STORIA DEL PREMIO “UN SOLO MONDO”

Il Premio letterario “Un solo mondo” nasce nel 1994 per iniziativa dei professori Marinella Amico Mencarelli ed Enrico Cerquiglini, già volontari dell'UVISP, mentre imperversava la guerra del Ruanda. Lo scopo era, ed è ancora, duplice: sensibilizzare il mondo della cultura alla solidarietà, allo sviluppo e alla pace tra i popoli e contribuire, con le quote di iscrizione al concorso dei partecipanti, alla realizzazione di progetti nei Paesi in via di sviluppo. Sono stati aiutati un gruppo di giovani del Ruanda a costituire un'officina meccanica; si è realizzata un'impresa di apicoltura per la produzione e la commercializzazione del miele e dei suoi derivati in Ecuador; un'impresa di sartoria per le vedove del Congo in guerra; un'impresa tessile in India, e così via. Buon lavoro a tutti i partecipanti e che vinca il migliore!

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sabato 13 febbraio 2010

La scuola della guerra La riforma scolastica del ministro Gelmini e gli affari con Finmeccanica


di Srefano Ferrario

Il Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, On. Mariastella Gelmini, e il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, hanno firmato un protocollo d'intesa per l'avvio della sperimentazione del nuovo Progetto di Riforma relativo agli istituiti tecnici superiori (ITS), denominato "Tecnici Superiori per Finmeccanica".

Uno degli anelli fondamentali delle aziende a prevalente produzione bellica è la collaborazione con le scuole del territorio dove esse sono ubicate. Vi sono le storie di alcuni scambi tra AgustaWestland, Alenia Aermacchi e le scuole elementari e medie inferiori della provincia di Varese e Novara. Ora siamo di fronte ad un fatto grave che, in sostanza, vede un accordo sistematico di ingresso del "privato" (Finmeccanica, anche se va ricordato che circa un terzo delle azioni di Finmeccanica sono possedute dal Ministero del Tesoro) nel "pubblico" (il sistema scolastico pubblico), per la formazione in loco della forza lavoro altamente qualificata necessaria all'azienda, con i finanziamenti di questo percorso ad opera del "pubblico" (ad esempio il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca Scientifica - MIUR).

Vediamone i dettagli. L'intesa si prefigge la partecipazione di Finmeccanica, attraverso le proprie aziende presenti sul territorio, alla costituzione di Fondazioni che sorgeranno in Piemonte, Toscana, Campania e Puglia.
Come contribuiranno al progetto le aziende della holding italiana? Si muoveranno su tre livelli: "Governance, individuando propri rappresentanti nel consiglio direttivo e nel comitato scientifico delle Fondazioni; Asset, con personale interno che fornirà attività di docenza (per la metà delle ore curriculari previste) e la disponibilità ad utilizzare le proprie strutture interne (ad esempio laboratori e macchinari); Placement, selezionando i giovani partecipanti più meritevoli per l'inserimento in azienda."

Chi sosterrà la riforma degli ITS è il "pubblico" e saranno, appunto, il MIUR, le Regioni e, in quota parte, il Ministero dello Sviluppo Economico.
Finmeccanica dichiara che "il progetto è pienamente in linea con le strategie del Gruppo, da sempre attento alla valorizzazione delle persone, alla loro formazione ed al loro sviluppo professionale, nella convinzione che il sapere tecnico e una cultura del saper fare siano le chiavi per rispondere adeguatamente alle sfide attuali." Pier Francesco Guarguaglini sottolinea, inoltre, che "questo progetto rispecchia i valori e le caratteristiche del nostro Gruppo, votato alla continua innovazione tecnologica, alla ricerca dell'eccellenza, alla valorizzazione del merito e alla cultura del lavoro; con una particolare attenzione al territorio, considerato che Finmeccanica è una realtà internazionale, ma, al tempo stesso, molto sensibile alle specificità dei territori nei quali opera."

Dal canto suo Mariastella Gelmini, mionistro dell'istruzione afferma che con questa modalità "si da concretezza ad un obiettivo che il Ministero sta perseguendo con determinazione: rafforzare le competenze di base del sistema scolastico, per preparare in maniera adeguata i giovani alle sfide del mondo del lavoro."

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venerdì 12 febbraio 2010

Maria, una poesia di Giampaolo Bellucci

Secondo appuntamento con le poesie Giampaolo Bellucci. In questo articolo pubblichiamo "Maria", un componimento successivamente trasformato anche in canzone dedicato ad un viados milanese. Segue infine un post scriptum dall'autore stesso, con la spiegazione di come è nata la poesia e con un'interessante riflessione sui valori d'umanità che ogni persona è in grado di portare.

Maria è un travestito
Che ha gettato i suoi pantaloni
Ha indossato
le sue convinzioni
E si è fatta un nuovo vestito
Vivere non è facile
In questa strana società
Essere quel che si è
E sostenere la propria realtà
E la falsa moralità
Di chi solo di giorno l’addita
E poi
E poi
E poi
e poi di notte ci va
Questa è l’ipocrisia
Di chi ama ma odia Maria
Maria ha troncato con il passato
Ha gettato quel corpo
che non ha mai amato
vestita di coraggio
è scappata da un retaggio
che imprigionava anima testa e cuore
ha gettato al vento il suo dolore
vivere non è facile
in questa falsa società
nella falsa moralità
di chi solo di giorno l’addita
e poi
e poi
e poi
poi di notte ci va
Maria non è solo una mia poesia
Ma chissà quante Maria
Per le strade di ogni città
Tra i misteri e difficoltà
fra le righe della società
E nella falsa moralità
Di chi solo di giorno l’addita
E poi di notte ci va
Fra le righe della società
E nella falsa moralità
Di chi solo di giorno l’addita
Di chi solo di giorno l’addita
E poi di notte ci va
E poi di notte ci va


Tratta dal libro"Il Treno Dei Pensieri"
di G.Paolo Bellucci

Maria nasce come poesia e poi diventa canzone.
Circa 20 anni fa lavoravo e vivevo a Milano.
Una sera i miei amici milanesi
mi fecero uno scherzo.
Mi dissero di andare con loro in
una via frequentata da bellissime prostitute.
Quando arrivammo vidi veramente delle bellissime donne,
ma non si trattava di donne,ma di viados..
Questo lo capii solo dopo, quando mi trovai a parlare,
con quella che nella poesia si chiama Maria.
Mi ritrovai lì da solo, perché i miei amici con una scusa
mi avevano fatto scendere dalla macchina e poi si erano
allontanati lasciandomi li …
Avevo paura, all'epoca avevo una mentalità chiusa,
rigida, ottusa e tutto ciò che non conoscevo ,per me era diverso e la diversità
mi spaventava..
Di certo ero molto diverso da come sono ora.
Ora ho una mentalità elastica aperta a tutto.
Ho capito che le diversità ci arricchiscono e che ogni uomo
può insegnarci qualche cosa…
Ho imparato
Che non importa la sessualità delle persone,
che non importa il colore della pelle,
o la religione
se sono ricchi o poveri
belli o brutti,
famosi o sconosciuti…
La cosa importante è che siano uomini e
ogni uomo è diverso dall'altro.
Ogni uomo ha la sua vita,
le sue idee,
il suo carattere
i suoi casini,
i suoi segreti
i suoi vizi,
le sue virtù,
i suoi pregi,
i suoi difetti,
i suoi limiti
e da ogni uomo possiamo imparare
qualche cosa.
Questa persona,totalmente diversa da me,
mi raccontò il suo mondo .Un mondo sommerso,
che io non conoscevo affatto,
dal quale ero distante anni luce.
Mi raccontò cose, che ora ,con il caso Marrazzo,
fanno scalpore..Ma le cose già stavano così venti anni fa
e probabilmente anche molto prima..
L'incontro con questo viados,mi fece pensare molto,mi fece riflettere,
mi fece ragionare.
Mi fece capire cose, che non avrei mai capito se non l'avessi incontrato.
Mi fece abbattere le barriere del pregiudizio ,dettate dalla paura del diverso,
e mi arricchì molto a livello umano..
Parlammo una mezz'oretta..
Poi arrivarono i miei amici che ridevano come pazzi.
Mi videro lì,ancora in piedi lungo la strada in compagnia di Maria..
Ma io non ridevo affatto,ero serio,molto serio .
Maria mi aveva raccontato la sua vita.
Descritto il suo mondo,
e la sua storia mi era rimasta incisa nell'anima.
Le sue parole mi echeggiavano ancora nella testa
e mi impregnavano la mente.
Sentivo i suoi discorsi, la sua rabbia,il suo sdegno,
tanto da non poter fare a meno di scrivere e dedicarle
i versi della poesia
che avete appena letto..

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giovedì 11 febbraio 2010

USA: il civile più conveniente del militare

di Stefano Ferrario

Tra i numerosi studi effettuati sulla riconversione dalla produzione bellica a quella civile e sugli effetti della produzione bellica sulle altre tipologie d'attività (tra i più noti ricercatori spiccano Seymour Melman negli Stati Uniti e Mario Pianta in Italia), va segnalato un recente studio (ottobre 2007) dell'Istituto di ricerca di politica economica dell'Università del Massachusetts Amherst per opera di Robert Pollin e Heidi Garrett-Peltier. La ricerca dimostra come, negli Stati Uniti, sia più conveniente dal punto di vista economico e occupazionale, la produzione civile rispetto a quella bellica, a parità di denaro investito nei settori militare e civile. Diamo una sintesi; non presentiamo l'intero studio, ma i risultati di fondo che costituiscono il corpo della tesi della ricerca.

Il governo nordamericano ha speso una stima di 572 miliardi di dollari di spese militari nel corso del 2007 (è più grande del prodotto interno lordo combinato di Svezia e Thailandia e otto volte la spesa statunitense riguardante l'educazione); questo significa che si sono spesi circa 1.800 dollari per ogni residente nel paese a stelle e strisce. Il livello della spesa militare è cresciuto drammaticamente dal 2001 con un'impennata che è iniziata anche prima dell'11 settembre 2001; in termini di dollari la spesa militare è aumentata di un tasso medio del 10 percento/anno tra il 2000 e il 2006. In confronto la crescita economica generale degli Stati Uniti ha avuto un tasso medio del 2,7 percento. Come parte del prodotto interno lordo, il budget militare è stato incrementato dal 3 al 4,4 percento durante la presidenza di George W. Bush, il che significa una differenza di 134 miliardi di dollari. Ciò va attribuito alle guerre in Iraq e Afghanistan. La sola guerra in Iraq, ad esempio, secondo i dati del Congresso, costa una media di 260 milioni di dollari il giorno. È perciò ragionevole chiedersi: che benefici potrebbero avere i cittadini americani da una spesa di circa 600 miliardi di dollari se questi denari, invece che andare all'industria militare, si rivolgessero per spese interne alternative come la salute, l'educazione e l'ambiente?

Si cita spesso la spesa militare come creatrice di posti di lavoro di buon livello e stabili e portatrici di innovazione tecnologica a scopi civili, come è paradigmatico l'esempio di internet. Allo stesso tempo però incanalare 600 miliardi di dollari in aree come le energie rinnovabili, i trasporti di massa, l'educazione e la sanità creerebbe comunque una situazione in cui si supporta lo sviluppo di nuove tecnologie. Se si vuole quindi dare un quadro appropriato dell'impatto della spesa militare sui posti di lavoro bisogna esaminare la questione in termini comparativi: in altre parole qual è l'impatto della spesa di una certa somma di denaro nell'industria bellica in confronto alla stessa spesa in ambiti non militari?



































Numero di posti
di lavoro creati

% di posti rispetto
a quelli militari

DIFESA

8.555

-

TAGLI FISCALI

10.779

+26,2

SANITA'

12.883

+50,2

EDUCAZIONE

17.687

+106,7

TRASPORTI DI MASSA

19.795

+131,4

EDILIZIA MIRATA
AL MIGLIORAMENTO
DELLE INFRASTRUTTURE
E RISPARMIO ENERGETICO

12.804

+49,7


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lunedì 8 febbraio 2010

Il supergigante Zeus

δ (delta) Cefei è una supergigante gialla, prototipo di una classe di stelle variabili, tramite le quali gli astronomi sono in grado di misurare le distanze nello spazio. Si trova in una costellazione della Regione polare nord, non una stella. Essa porta il nome di Cefeo, un mitico Re di Etiopia, marito della Regina Cassiopeia e padre di Andromeda. Un altro luogo da scoprire per poi distruggerlo come la nostra Madre Terra, ma in particolare sul finire degli ultimi secoli di sviluppo economico e sociale.
La figura di Zeus qui utilizzata, mi è stata suggerita da un verso delle opere del Maestro Giancarlo Menotti, l'ideatore del “Festival dei due Mondi”, che tanto ha reso Spoleto tanto celebrata. La suggestione della grandezza della greca Divinità, mi ha portato sicuramente in modo indegno, a vestirlo di responsabilità che solo oggi competono a uomini d'altro regno. La poesia è come una spontanea polla, che dal momento in cui effluisce, fino a che la falda non si è abbassata, scorre e tutto lenisce. L'acqua della fonte, scorre sul terreno lungo la linea di maggiore pendenza; tutto trasporta e nella fattispecie ha condotto a valle i detriti del poeta, della sua esistenza che erano sottoforma di idee vergini, d'idee alterate, sia, loro malgrado d'idee dimenticate. L'acqua, usata nel paragone, è proprio oggetto di forte interesse delle Autorità mondiali e così viene raccolta, e guidata in ingorghi autostradali e rivenduta da un inutile carrozzone. L'utilizzo della risorsa non dovrebbe essere poi esoso, dovrebbe essere liberamente disponibile, ma pare che per risparmiarla oggi debba esistere un “Padre giudizioso”, che la gestisce e non la spreca per me, povero figlio insensibile. Siamo sicuri che essa non venga gettata, e soprattutto che poi quando sarò bisognoso, per la sopravvivenza scontata, il “Padre” me la doni giudizioso? Dio sa donare...l'uomo credo sappia regalare, per il suo tornaconto e per suo figlio in alcune circostanze, se esso ha già imparato la storia e le sue conseguenze.

Non sarò mai Zeus per il suo nome,
non creerò mai cotale soggezione
cercherò di essere come mi è insegnato
non vivendo per dilaniare ogni bene creato.
Banchetterò con chi mi vorrà vicino
nell'umiltà più totale, sarò un fanciullino
con la sua curiosità, anche tra i vecchi
non farò spegnere l'irreale lumicino
che la vita sembra spegnere a secchi.

Non sarò mai Zeus per il suo cielo
perchè nella vita sulla terra serve zelo
non inerzia, superbia come intorno sento.
Alcuni violenti primeggiano con gradimento
alto, di quella gente che non ha lumino
ha tanti bytes, ma ignora il dritto cammino
...si trascina tra i messaggi più assordanti
che Zeus studia paternamente e propina
sommergendo l'etere di segnali accattivanti
vuoti e nocivi e al baratro ci avvicina.

Non sarò Zeus perchè ve ne sono troppi
di Dei mascherati da eroi, portan intoppi
lentezze, accanimento contro il corretto
intendimento, lavorano per un'altra Caporetto?
Zeus manda i suoi figli illegittimi della terra
contro i suoi legittimati, sponsorizzati incapaci
arroganti e facenti le pratiche per Sorella
Acqua, tanto intontiti da certe sostanze, farmaci
...è privatizzata per una sola dinastia senza neo
quelli che vivranno sulla supergigante δ Cefeo.

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sabato 6 febbraio 2010

"Il treno dei pensieri", di Giampaolo Bellucci

Segnaliamo il video di presentazione del libro "Il treno dei pensieri", di Giampaolo Bellucci. L'autore ha accettato di recente la collaborazione con Socialmente Giovani e gentilmente metterà a disposizione alcuni dei suoi componimenti poetici.





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venerdì 5 febbraio 2010

GLI AMERICANI, una poesia di Giampaolo Bellucci

Inizia la collaborazione di Socialmente Giovani con Giampaolo Bellucci, scrittore di componimenti poetici residente a Bastia Umbra. Di Bellucci, la casa editrice Albatros-Il Filo ha recentemente pubblicato la raccolta "Il treno dei pensieri", con le poesie di maggior pregio prodotte dall'autore dall'inizio della sua attività fino ad oggi. Il componimento che pubblichiamo in questo post è una intensa riflessione sulle contraddizioni del sistema consumistico dominante nella nostra società che a favore di una ricchezza spesso effimera di uno stretto manipolo di persone, permette devastazioni, massacri e miserie estreme per il resto della popolazione mondiale.


GLI AMERICANI
Dopo l’intervento
Degli americani
Ci può sembrare
Di essere andati
Avanti e lontani
Ma di certo
non è un segreto
Che questo consumismo
In realtà
Ci ha portato indietro
Benessere, luminose città,
l’essere bombardati
continuamente
dalla pubblicità
ma c’è chi ha la
pancia gonfia e piena
e chi non ha neanche
un tozzo di pane
chi mangia a pranzo
e cena
e l’Africa che muore
di fame
il colosso che
controlla ogni potere
uccide chi
non ha neanche
l’acqua da bere
Multinazionali
eserciti
basi nucleari
prepotenza
onnipotenza
guerre
con in bocca
la democrazia
ma il petrolio
e la ricchezza
è la loro vera ideologia
dominare
questo mondo
uccidendo,finendo,
l’uomo moribondo
e con in bocca la parola
libertà
allargano la forbice
tra ricchezza e povertà.

G.PAOLO BELLUCCI

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giovedì 4 febbraio 2010

La questione di Pietramelina. Intervista a Giuliano Corbucci, Comitato InceneritoriZero Umbria





Testo del video
Socialmente Giovani torna ad occuparsi delle vertenze territoriali umbre, con un video sull’oramai annosa questione della discarica di Pietramelina. Il sito, che sorge a cavallo dei comuni di Perugia, Umbertide e Gubbio in un territorio di notevole pregio ambientale, ha suscitato fin dal momento della sua installazione la protesta di numerosi comitati cittadini locali. Della vertenza abbiamo parlato con Giuliano Corbucci, presidente del Comitato InceneritoriZero Umbria, che da anni si batte per la chiusura della discarica e per l’adozione di un diverso modello di gestione per lo smaltimento dei rifiuti.


Intervistiamo Giuliano Corbucci, presidente del Comitato InceneritoriZero Umbria, che si sta occupando della questione della discarica di Pietramelina. Partiamo innanzitutto da alcune informazioni generali sulla discarica: da quando tempo questo sito è attivo, quale bacino territoriale serve, se è una discarica di piccole o grandi dimensioni rispetto alla media...
La discarica è 25 anni che è in funzione. Inizialmente raccoglieva soltanto i rifiuti del comune di Perugia, era stata autorizzata una capacità di pochissimi metri cubi e da lì a pochi anni doveva essere chiusa. E invece successivamente hanno deciso di accorparsi e di convogliare in questa discarica, oltre al comune di Perugia, altri 24 comuni (sotto la gestione di Gesenu) e praticamente da 25 anni sversano rifiuti in questo posto. Adesso le capacità della discarica sono di tre milioni di metri cubi che corrispondono a circa tre milioni di tonnellate di rifiuti. È quindi una discarica di grandissime dimensioni, qui in Umbria è la più grande in assoluto. E anche per questa volumetria, noi crediamo che debba essere chiusa.

Entrando nello specifico, quali sono i motivi per cui definite la discarica come un vero e proprio “mostro ambientale”?
È un mostro ambientale perché comunque qui ci sono degli animali che vengono tutelati, che sono stati inseriti nel progetto Natura 2000 e che quindi dovrebbero essere preservati da quelli che sono animali che vengono dai rifiuti (quali possono essere corvi, cornacchie, gabbiani, topi) e che non sono autoctoni della zona. Qui siamo nell’Appennino e questi valloni hanno delle specificità e degli animali (ad esempio i lupi) che devono essere tutelati, essendo inseriti nel progetto di Natura 2000 nel sito d’interesse comunitario.

Esistono delle indagini ufficiali sullo stato ambientale del territorio circostante la discarica?
Sì, ci sono numerosi verbali fatti della Guardia Forestale che hanno portato anche, oltre alla denuncia, alla condanna in primo grado di due responsabili della Gesenu ad otto mesi di reclusione (pena sospesa) e ad un’ammenda pecuniaria ai gestori della discarica.

E per quanto riguarda invece lo stato di salute della popolazione, esistono degli studi sui possibili rischi?
Non esistono perché ovviamente sappiamo benissimo come vanno queste indagini. Comunque due gestori della discarica sono stati condannati per un evento, avvenuto nel 2004, di sversamento di pergolato all’interno del torrente Mussino. Noi abbiamo denunciato (e la Forestale ha fatto i suoi verbali anche in questo caso) due sversamenti importanti che sono avvenuti in Gennaio; il primo il 4 Gennaio 2010 e il secondo a distanza di quindici giorni dal primo. Adesso si sono quindi aggiunti questi nuovi verbali a quelli vecchi.

Il nome del vostro comitato (InceneritoriZero Umbria) richiama ad una questione che apparentemente è diversa dalla problematica della discarica. Quali sono allora le vostre rivendicazioni? Qual è il modello che proponete per una diversa gestione dei rifiuti?
Inizialmente, quando ci siamo costituiti, c’era il progetto della costruzione di un inceneritore proprio qui a Pietramelina, che doveva chiudere il ciclo dei rifiuti. Da qui è nato il nome InceneritoriZero. Quello che proponiamo? Proponiamo quello che viene fatto a livello europeo. Ovviamente gli inceneritori che sono stati costruiti in Europa venti-venticinque anni fa sono oramai da dismettere, perché comunque si sono resi conto che da quei camini escono talmente tante di quelle polvere sottili, diossine, furani tossici per la salute. Il modello che proponiamo è il modello Vedelago, il modello Capannoli; raccolta differenziata spinta, riciclaggio all’80% - 90% del quantitativo dei rifiuti e la restante parte può essere monitorata ed essere messa in posti dove non creano disagio per la salute dei cittadini e dell’ambiente.

E da parte delle istituzioni vi è un ascolto alle vostre richieste?
Sì, fino ad adesso c’è stato ascolto. Peraltro la discarica dovrà essere dismessa per quello che è stato inserito nel Piano Regionale. E quindi siamo convinti che questa volta gli amministratori rispetteranno quello che è stato scritto nelle leggi regionali.

Infine un’ ultima domanda che abbiamo fatto a tutti i responsabili dei comitati fino ad ora incontrati. Il nostro è un gruppo formato da ragazzi e vorremmo sapere se c’è un interesse da parte dei giovani del territorio alla problematica della discarica e ai temi ambientali in genere. E quanto incide la partecipazione giovanile all’interno del vostro Comitato?
I più giovani all’interno del Comitato hanno fatto il sito e sono loro che si occupano della gestione amministrativa del Comitato stesso. Noi ci occupiamo degli incontri, quello che serve a livello organizzativo ci pensano loro. Quindi è importantissimo che ragazzi giovani, stimolati e motivati si inseriscano all’interno dei comitati perché c’è proprio bisogno che le generazioni future prendano coscienza delle problematiche ambientali.

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domenica 31 gennaio 2010

Socialmente Giovani aderisce a Net1News

Da qualche giorno un piccolo banner bianco compare in alto a destra sulla pagina principale del nostro sito. Socialmente Giovani ha aderito a Net1News, un progetto per un nuovo modello di organizzazione delle informazioni sul web. Net1news (o Nettuno) è la prima net news attiva in Italia, uno strumento che intende dare visibilità a tutta una serie di piccoli blog che producono informazione "dal basso" (citizen journalism). Il portale aggregherà le notizie dei vari blog, dividendole per categorie e zone geografiche e fornirà sulle sue pagine brevi riassunti degli articoli, rimandando il lettore ai blog "originali" per la lettura completa. L'obiettivo dichiarato è quello di creare un canale pubblicitariamente appetibile e suddividere gli introiti con i siti e i blog partecipanti in maniera proporzionale al successo riscosso dai contenuti.

Ecco un video di presentazione del progetto:



Qui una demo di quella che sarà la prima pagina del sito, pronto per l'uscita tra pochi giorni. Per avere invece maggiori informazioni, visitate il blog www.net1news.blogspot.com.

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sabato 30 gennaio 2010

MARGHERITA HACK e CURZIO MALTESE a Perugia




In allegato l'invito all'incontro con MARGHERITA HACK e CURZIO MALTESE a Perugia, al Teatro Pavone, martedì 2 febbraio, alle ore 21, in occasione della presentazione dell'ultimo libro della HACK "Libera scienza in libero stato". L'iniziativa è organizzata dall'Associazione Banana Republic ed altri.

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mercoledì 13 gennaio 2010

l'Italia agli italiani... o il mondo agli esseri umani?


“Se fossimo al paese loro, non avremmo tutte le libertà che hanno loro da noi!” “vengono qua per delinquere, perché qua possono farlo in pace mentre al loro paese verrebbero puniti duramente!” “prima di tutto vengono gli italiani!” “l’Italia agli italiani!”…
Questi i commenti che molto spesso (troppo spesso) sento a proposito della sempre più forte presenza di immigrati in Italia. Commenti che si annidano nelle pagine dei giornali, che proliferano in televisione, che compaiono sulle labbra o negli occhi della gente comune. Commenti ai quali è molto difficile rispondere, perché provocano un tale livello di sconforto che la prima reazione è quella di sentirsi impotenti, quasi come se non riconoscessimo più il nostro Paese (che tanto ha sofferto appena mezzo secolo fa, sparpagliando i suoi figli ai quattro angoli del mondo) quando punta il dito contro l’ultimo arrivato.
Non mi sono mai chiesta se sia possibile una convivenza pacifica fra persone di religione, razza, lingua e culture diverse. È evidente che la cosa è possibile, a patto che esistano le condizioni materiali (possibilità di lavoro, di assistenza sanitaria, di educazione scolastica…) per poter permettere a entrambi le parti una vita dignitosa. In assenza di queste condizioni, si va a scavare uno squilibrio che espone l’immigrato al pericolo dello sfruttamento e della malavita, creando in lui un senso di disperata frustrazione che può culminare talvolta in pura violenza. Questa violenza però, viene strumentalizzata da chi di mestiere per mettere sul volto dell’immigrato (l’immigrato reo in particolare e qualsiasi immigrato in generale) una maschera di “criminale spietato ed efferato”, fornendo così un brillante prodotto mediatico in grado di appassionare tutti e di nutrire una campagna elettorale permanente in nome della “difesa degli italiani dal pericolo straniero!”. La verità, è che la maggior parte di questi “criminali spietati ed efferati”, la maggior parte di questi barbuti terroristi arabi e di questi temibili assassini albanesi lavora per mantenere le famiglie, per mandar soldi a casa e i figli a scuola. E sempre di più lavora per poter tornare, non per restare.
Mi sono chiesta invece di quali libertà essi godono da noi (se si esclude quella di lavorare in nero 12 ore al giorno per un salario molto spesso inferiore a quello delle 8 ore di un italiano). Mi sono chiesta come si possa condannare un’intera categoria costituita da milioni di persone per qualche episodio di violenza perpetrata da mani straniere. Mi sono chiesta secondo quale ragione debbano prima venire gli italiani, e soprattutto continuo a chiedermi chi sono questi italiani. Stiamo parlando di quel popolo formatosi dall’incontro, dallo scontro (e dall’integrazione) di molte realtà diverse, di quel popolo sballottato fra il dominio dei Papi e quello di potenze straniere? Stiamo parlando dello stesso popolo che oggi si divide in “padani” e “terroni”? Lo stesso popolo che da più di un secolo cerca la sua identità nazionale, perdendola di continuo nei suoi regionalismi e nei suoi micro- patriottismi? E in che modo la presenza di immigrati potrebbe minacciare “l’identità” di questo popolo? Le moschee non gettano in ombra le chiese. L’intolleranza, invece, può gettare ombra sia sulle moschee che sulle chiese, rendendole entrambe simboli di uno scontro di estremismi bieco e frustrato, vicino all’isterismo collettivo.
Un’integrazione giusta ed equilibrata permette invece una compenetrazione fra culture diverse, nel rispetto delle leggi che vigono nel Paese di accoglienza. Solo così possiamo evitare che eventi quali quelli di Rosarno si ripetano nella loro tristissima essenza. È sconvolgente ciò è che potuto succedere sotto gli occhi dello Stato e quelli (molto più vigili) dell’ndrangheta. Cittadini italiani esasperati, prede facili per la campagna di odio nei confronti dell’immigrato, che fronteggiano i neri schiavi dell’ndrangheta, esasperati a loro volta dalla miseria. Chi può distribuire le colpe, in questa situazione disperata? Chi può biasimare un cittadino italiano che ha paura, chi può biasimare un immigrato sfruttato e calpestato nella sua dignità? Le colpe, come troppo spesso accade, scivolano dalle spalle dei veri responsabili per andare a gravare su quelle degli innocenti. Dietro la violenza ingiustificabile (SIA da parte degli immigrati CHE da parte degli italiani) si celano colpevoli più grandi, che non verranno puniti perché non si sono sporcati le mani col fango della battaglia. L’ndrangheta, la mafia nigeriana che con essa collabora affiatata per quanto riguarda il traffico di droga, le molto più discrete catene di distribuzione nei supermercati (che non si fanno scrupoli a comprare e rivendere arance raccolte da schiavi), il silenzio complice della politica (regionale e nazionale)… tutto questo non viene preso abbastanza in esame, poiché grazie al fantastico diversivo dell’immigrato tutto il resto può essere comodamente taciuto.
Credo che la convivenza sia non solo possibile, ma necessaria. L’Italia, in questo momento, ha molti problemi reali e molti nemici immaginari. Attenzione però, perché questi nemici immaginari fanno presto a diventare realtà, quando non si fa altro che parlare di loro, quando invece che aiutarli ad integrarsi li si guarda con un sospetto che è già la metà della loro condanna all’emarginazione. L’altra metà se la costruiranno da soli, attraverso la chiusura esasperata nella loro comunità e la mancanza di contatti con il mondo esterno.
Non si può negare che l’immigrazione sia un problema. È vero che l’Italia non può permettersi di accogliere tutti indistintamente, ma non è nemmeno accettabile che vi siano state navi cariche di migranti rimandate indietro senza essere state soccorse dalla guardia costiera italiana. Non è rispedendo i clandestini al luogo di partenza (che potrebbe essere il deserto libico, dove verranno senz’altro abbandonati dalle autorità incuranti del fatto che potrebbero morire nel tentativo di fare ritorno a casa), non è instaurando il “reato di clandestinità”, non è infliggendo ai clandestini l’orrore dei CIE e dei CPT che si risanerà la piaga dell’immigrazione. L’immigrazione è un problema che va risolto alla base, nei paesi d’origine di coloro che fuggono, con l’aiuto di reali politiche internazionali concretamente votate alla risoluzione del problema. Finché questo non accade, qualcuno deve prendersi cura dei migranti, perché sono una delle categorie più a rischio che il nuovo millennio trascina nelle sue correnti, e al tempo stesso sono una risorsa preziosa (e non solo pericolosa) che, se maneggiata con cura, può arricchire immensamente il patrimonio culturale dei paesi che li accolgono. Certo bisogna ridimensionare la portata di questo flusso migratorio, per poter permettere a tutti coloro che entrano in Italia di poterci vivere dignitosamente, ma bisogna soprattutto spezzare questa “cultura della paura” che avvelena i rapporti tra immigrati e autoctoni, per debellare il rischio di una tempesta e per favorire un’integrazione reale, pacifica e fruttifera.

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domenica 10 gennaio 2010

Il sasso nell'acqua

Con l'intenzione di non allentare l'attenzione sul tema dell'acqua pubblica, soprattutto alla luce dei recenti provvedimenti che impongono ai comuni italiani di privatizzare i servizi di gestione dell'acqua, riportiamo l'appello lanciato al termine del 64esimo convegno giovani promosso dalla Pro Civitate Christiana e da Pax Christi. Il convegno, dal titolo significativo "Il sasso nell"Acqua", si è tenuto ad Assisi tra il 27 e il 30 Dicembre 2009 e ha avuto tra i relatori P. Alex Zanotelli, noto padre comboniano impegnato nelle battaglie di ripubblicizzazione dell'acqua.

Noi, riuniti ad Assisi per il 64esimo convegno giovani(27-30 dicembre 2009), promosso dalla Pro Civitate Cristiana, dal titolo "Il sasso nell'acqua", dopo tre giorni di dibattiti e di confronto sul tema dell'acqua, desideriamo lanciare un nostro messaggio.

Noi crediamo che l'acqua sia vita! La vita nasce dall'acqua: l'acqua è il cuore stesso della vita. L'uomo è acqua che cammina, che pensa. Per questo noi affermiamo che l'acqua è un diritto fondamentale dell'umanità, come ribadito da Benedetto XVI, nella sua enciclica "Caritas in veritate", che proclama l'accesso all'acqua «come diritto universale di tutti gli esseri umani senza distinzioni né discriminazioni».

Noi affermiamo che l'acqua è essenziale per la vita di ogni uomo e di tutti gli esseri viventi. L'uomo è custode delle risorse idriche, che devono essere garantite a tutte le creature. A tutte le donne e a tutti gli uomini devono essere assicurati l'accesso all'acqua e la quantità utile a garantirne la vita di almeno 50 litri al giorno, come sancito dall'Onu. La mancanza di accesso all'acqua provoca vittime in tutto il mondo. Si tratta di un diritto delle generazioni future. L'acqua è una risorsa limitata. Solo una minima parte dell'acqua del pianeta è dolce e la maggior parte è contenuta nei ghiacciai, oggi sotto minaccia di sparire per il surriscaldamento terrestre.

L'acqua non deve essere sprecata e va preservata nella sua qualità. L'acqua disponibile deve essere gestita in modo equilibrato, anche a garanzia delle generazioni future. Noi affermiamo, proprio qui dalla città di Francesco, uomo di Pace, che l'accaparramento delle risorse idriche genera conflitti e che le future guerre verranno combattute per l'acqua. Noi affermiamo che la gestione pubblica dell'acqua è fonte di democrazia e garanzia di pace tra i popoli. Noi affermiamo che le politiche dell'acqua devono essere improntate al rispetto dei principi enunciati e cioè devono scegliere la via della gestione pubblica delle risorse idriche; devono sottrarre l'acqua alle leggi del mercato e del profitto, a livello locale, nazionale e globale, anteponendo alle pressioni delle multinazionali il grido dei poveri.

Per questo noi condanniamo la decisione del Parlamento italiano del 19/11/09 di privatizzare l'acqua: è un atto gravissimo che noi riteniamo immorale. Per questo noi chiediamo che l'acqua rimanga gestita esclusivamente e direttamente dalle comunità locali, che hanno da sempre diritto di garantirne la distribuzione per tutti al costo più basso possibile. Chiediamo a tutti i cittadini italiani di sollecitare la convocazione del Consiglio comunale per dichiarare l'acqua un bene di non rilevanza economica e aprire così la strada alla gestione pubblica diretta da parte dei Comuni, escludendo la spa tra i modelli di gestione dell'acqua. Noi chiediamo al governo italiano di escludere l'acqua dall'art. 15 166/09 e di riconoscere l'acqua come diritto fondamentale degli esseri viventi. Noi chiediamo a tutte le confessioni religiose e particolarmente alla Cei una presa di posizione chiara sull'acqua. Noi chiediamo alla società civile di compattarsi per un sempre maggiore impegno nella difesa del diritto all'acqua. Diamoci tutti da fare per salvare Sorella Acqua.


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giovedì 24 dicembre 2009

Le torrette dell'Oto Melara

di Stefano Ferrario


Oto Melara, una società di Finmeccanica che si occupa di "sistemi di difesa" (carriarmati e blindati come il "Dardo", il "Centauro" e il "Puma", torrette con cannoni navali e terrestri), ha firmato lo scorso 26 ottobre, con il Ministero della Difesa italiano (Direzione Generale degli Armamenti Terrestri) un contratto del valore di circa 20 milioni di euro, comprendente anche l'assistenza tecnica, per la fornitura di 81 torrette "Hitrole Light" che saranno montate sui veicoli tattici leggeri multiruolo (VTLM) "Lince" attualmente impiegati in Afghanistan; in tal modo "ne aumentano l'efficacia operativa e diminuiscono i rischi per il personale a bordo".

I veicoli "Lince" sono diventati molto conosciuti all'opinione pubblica italiana con l'uccisione dei sei Parà della Folgore (e il ferimento di altri quattro) lo scorso 17 settembre nella capitale afgana, Kabul, morti all'interno del blindato in seguito all'esplosione di un'autobomba.

La postazione esterna è quindi costituita da una mitragliatrice da 7,62 millimetri o 12,7 millimetri, lanciagranate automatico da 40 millimetri e relativi dispositivi ottici di puntamento, ed è comandata dall'interno del veicolo dal soldato attraverso un pannello di controllo e joystick. Non ve ne era bisogno di conferme, ma anche questo dato sottolinea che quella che è chiamata "missione di pace" in Afghanistan è una concreta spedizione militare di guerra in quel territorio.

Finmeccanica evidenzia come Oto Melara sia stata selezionata dal Ministero della Difesa italiano al termine di una gara internazionale iniziata nel luglio 2009. "La prima torretta sarà consegnata a quattro mesi dalla registrazione del contratto, mentre un numero significativo di torrette sarà consegnato già nel secondo semestre del 2010."

Il veicolo "Lince" 4×4, aviotrasportabile, nonché dislocabile mediante elicottero, garantisce un'accresciuta protezione contro munizionamento perforante fino al calibro 7,62 millimetri e contro il rischio posto dalle mine antiuomo, anti-carro, e ordigni improvvisati, grazie anche ad una struttura interna con scocca a V in grado di assorbire l'energia dell'esplosione. Il peso è di circa 6,5 tonnellate, la velocità massima è di 130 km/h con una autonomia di 500 km e può trasportare fino a 2.300 kg di carico. Infine ricordiamo che il "Lince", nome italiano dell'Iveco "LMV", è in via di acquisizione da parte di Gran Bretagna, Norvegia, Belgio, Spagna, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Croazia e Bosnia-Erzegovina.


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lunedì 14 dicembre 2009

Il colore delle parole

Segnaliamo la seguente iniziativa sui temi dell'immigrazione che si terrà venerdi 18 dicembre a Perugia, presso il cinema Zenith (a partire dalle ore 14,30), in occasione della Giornata Internazionale dei Migranti. La manifestazione comincerà con la proiezione del film-documentario "Il colore delle parole" del regista Marco Simon Puccioni, a cui seguirà una tavola rotonda con esperti dal titolo "Migranti: diritti, identitą, integrazione". La giornata è promossa dal Cesvol Perugia, Servizio "Piattaforma Cittadinanza Internazionale", oltre che dal circolo culturale "primomaggio", UVISP Assisi, Umbria-Africa, G.R.A.F.I. onlus, CIIS, Nido di Speranza, TAMAT e CamSap.


Un viaggio tra diritti civili, integrazione e rispetto delle proprie radici. Teodoro è un poeta e mediatore culturale; Martin un musicista e programmatore informatico; Justin un sindacalista e Steve un mediatore culturale. Tutti loro hanno in comune il fatto di essere africani, di vivere e lavorare da più di trent'anni in Italia, ma di non aver ancora ottenuto la cittadinanza. Sono arrivati in Italia negli anni Settanta per studiare e trasformarsi nella futura classe dirigente del loro paese, ma poi hanno scelto di rimanere. Giocano a calcio, hanno formato un gruppo musicale, hanno trovato amici e amori e i loro figli si sentono italiani, ma nel corso degli anni si sono sentiti chiamare nei modi più diversi, da extracomunitari e vu cumprà, ma mai "italiani". 'Se tutti gli immigrati in Italia scioperassero, questo paese si fermerebbe', afferma con orgoglio Teodoro, che ha vissuto in trent'anni la trasformazione dell'atteggiamento degli italiani verso lo straniero. L'Italia in bilico tra passato e presente, tra integrazione, razzismo, multiculturalità e senso di auto-rappresentazione delle seconde generazioni – le così dette G2 – che non sanno a quale radice appartenere o preferiscono non definirla. Questo e non solo è Il Colore delle parole. Tanti i momenti ricordati come l'omicidio, nel 1989, a Villa Literno, di Jerry Maslo - Il predicatore battista sud-africano che raccoglieva pomodori per una paga da fame, ucciso perché difendeva i più deboli... (continua). L'Italia si scuote: è il 1990 e arriva la legge Martelli poi la Turco Napoletano e nel 2002 la Bossi Fini. Quest'anno il pacchetto sicurezza.

Programma
14.30

Registrazione dei partecipanti e Saluti
14.45
Introduzione ai temi della Giornata

Paola Tricoli
Responsabile Servizio Cesvol
“Piattaforma Cittadinanza Internazionale”
15.00
Presentazione film documentario
“Il Colore delle Parole”

Teodoro Ndjock Ngana
Poeta e mediatore culturale, protagonista del Film
Angela Plateroti
Presidente associazione KEL'LAM
15.30
Proiezione film documentario
“Il Colore delle Parole”
di Marco Simon Puccioni

17.00
Tavola Rotonda

Migranti: diritti, identità, integrazione
Partecipano:
Francesco Di Pietro
Avvocato esperto di diritto dell'immigrazione
Maria Valladares
Responsabile ACLI provinciali per l'immigrazione.
Lucia Demosthenous
Mediatrice culturale esperta pari opportunità e settore
socio-sanitario
Nicola Chiarappa
Autore di ricerche sui temi dell'immigrazione
Coordinano:
Paul Dongmeza
Presidente Associazione Umbria-Africa
Paola Tricoli
Responsabile Servizio Cesvol “Piattaforma Cittadinanza
Internazionale”
18.30
Dibattito



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giovedì 10 dicembre 2009

"Papiers" di Human Beings

Segnaliamo lo spettacolo teatrale Papiers, allestito dal Laboratorio Teatrale Interculturale Human Beings diretto da Danilo Cremonti. La rappresentazione avrà luogo al teatro Brecht di San Sisto, alle ore 21:15.


“Qualcosa che rimane c’è sempre - / bottiglie, tavole, sedie sdraio, grucce, / alberi frantumati: / è legname galleggiante quello che resta, / un gorgo di parole, / cantici, bugie, residui: è rottame / che danza e che, sull’acqua, / come sughero c’insegue sguazzando”. Hans Magnus Enzensberger

Anpalagan Ganeshu, è il nome del ragazzo cingalese di 17 anni, la cui Carta d'identità, nel giugno del 2001, finì nelle reti dei pescatori nel mare di Sicilia. Il suo nome era nell'elenco delle vittime stilato dai tamil francesi all'indomani del cosiddetto “Naufragio Fantasma” del 26 dicembre 1996, in cui morirono 283 persone: la più grande sciagura navale del Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. Quella Carta plastificata (e perciò perfettamente conservata) era la prova che quel maledetto naufragio di Natale c'era stato, che i familiari delle vittime gridavano il vero, a dispetto dell'imperdonabile trascuratezza delle autorità, dell'ignobile e triste silenzio dei pescatori di Portopalo che sapevano quanto accaduto (ributtavano in mare i cadaveri pescati), della vergognosa assenza dei grandi mezzi di informazione.

Ma quella Carta, con la foto di Anpalagan, è qualcosa di più: restituisce un volto e un'identità a tutte quelle migliaia di persone morte nel tentativo di entrare in Europa (quasi 15.000 quelle accertate da “Fortress Europe” negli ultimi vent'anni), troppo spesso ridotte a numeri di macabri elenchi, o, peggio, a fastidiosi fantasmi da rimuovere da ogni ricordo.

Alla memoria di Anpalagan è dedicato questo spettacolo, che vuole anche essere un omaggio ai Sans papiers di tutto il mondo, esseri umani rimasti senza (carte d') identità -quindi senza diritti-, fantasmi per gli Stati e le loro burocrazie.
Scene drammatiche si intrecciano con situazioni più comiche, il grottesco si mescola con momenti lirici, in un gioco di allusioni, suggerimenti ed evocazioni. E tra un comizio e una marcia militare riaffiorano i ricordi di chi da bambino è emigrato in Svizzera con i propri genitori.

“Il sipario si strappa / a metà sibilando, spunta la luce, / ed io li riconosco tutti uno ad uno… / Tutti questi annegati, questi assiderati… / Li riconosco, ciascuno / di essi… / Credo che siano vivi, / ma non potrei giurarlo.... / Mi preoccupo / dei radiogrammi, del menù, / dei cadaveri annegati. Li raccolgo, / i cadaveri annegati, dal nero / glaciale liquido del tempo trascorso.”
Hans Magnus Enzensberger

Papiers di e con: Francesco Paolo Albano, Stefano Baffetti, Concetta Bartuccio, Giovanna Battaglini, Lucia Benetti, Vincenzo Bonanata, Anna Laura Casaravilla, Silvia Castellani, Danilo Cremonte, Angelo Martinisi, Tsvetelina Mihaylova, Gerardine Ngazari, Ayumi Numata, Angelo Ono, Donatella Pallotta, Rabie Qellal, Deborah Rim Moiso, Pegah Shariei Rad.
Musiche: Cotugno, Ellis, Mead, Novaro, Sainkho, Umebayashi, Zorn. Testi: Hans M. Enzensberger.
Video: Gabriele Anastasio. Foto: Thomas Clocchiatti Luci: Massimo Guarnotta. Fonica: Gaetano Perfetti.
Assistenti: Eden & Laura. Regia: Danilo Cremonte

“Papiers” è stato presentato con successo, tra l'altro, in alcune significative occasioni: Umbria Film Festival 2007 ; Festa di Roma per i Venti anni del Programma Europeo “Erasmus”; Assemblea dell'ONU dei Popoli; Giornata della Memoria; Giornata di Azione Globale. Con questo spettacolo prosegue quella ricerca intorno al confronto tra diverse culture che caratterizza il nostro lavoro da quindici anni e che ha portato alla creazione di Imagine… (1995), Souvenir (1996), Strange fruit (1997), Strange Angels (1998), Barbari (1999), Terra (2000), En passant (2001), Dal Gorgo (2001), Quizàs, quizàs, quizàs (2002), Rumble (2003), Tana (2004), Nonsò (2005), Pardon (2006), Dry (2007), Tilt (2008),
Break (2009).

Associazione culturale Smascherati!
Tel./fax +39.0755734519 – 3498618557
smascherati@humanbeings.it - www.humanbeings.it


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domenica 29 novembre 2009

Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra

L'associazione Libera e il suo fondatore don Luigi Ciotti lanciano un appello contro un emendamento introdotto in Senato alla recente finanziaria che prevede la messa in vendita di quei beni confiscati alle mafie che non si riescono a destinare entro 3 o 6 mesi. Ne riportiamo il testo, invitandovi a firmare la petizione su www.libera.it


Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele

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mercoledì 25 novembre 2009

ELISA CHE VIENE DAL MARE - canto d'amore e solitudine


Tommaso s’innamorò di Elisa un lunedì mattina d’inizio novembre, quando di schianto e senza preavviso arrivò l’inverno sputando aria gelida e pioggia scrosciante.
Lui, trentacinque anni e un monolocale in rovina, con addosso una giacchetta striminzita buona per tiepide serate di metà settembre, percorse tutto il tragitto da casa sua all’università strisciando contro i muri, alla disperata ricerca d’uno spicchio di tetto che potesse proteggerlo. A metà strada, con le scarpe piene d’acqua e le mani congelate, pensò soltanto che tutto quanto, cielo freddo e pioggia, era un disastro, un disastro senza niente da aggiungere.
Lei, ventotto anni e un’ansia perenne addosso, cedette alla previdenza di sua madre e, per la prima volta dallo scorso febbraio, si vestì a strati. Ma il rito del cambio dell’armadio non si era ancora compiuto e appena scesa in strada si scoprì infagottata in un improbabile e casuale mosaico di maglie e maglioni. Si pentì amaramente e di ogni cosa. Della pioggia, del vento, di se stessa e della sua vita sconclusionata, di sua madre e di quella strisciante dittatura con cui la soggiogava dal giorno della sua nascita costringendola a sbagliare praticamente tutto.

A poche decine di metri dall’università, Tommaso pensò a una bella colazione, qualcosa di caldo per scaldare ossa e cuore. Un cappuccino fumante e schiumoso prima di strisciare nel lavoro. Poi però ripensò alla sera prima, all’ennesima cena insensata della domenica, ai venticinque euro bruciati per una pizza di plastica e una birra scialita. Adesso in tasca gli rimanevano sì e no cinque euro e una settimana intera al prossimo stipendio. Rivide la rassegnazione con cui aveva accettato l’invito insistente della banda di amici, il senso tragico e indifferente di abbandono al nulla più assoluto nel tirare fuori le ultime banconote del mese. E adesso, si chiese, adesso che faccio? Cinque giorni senza un soldo non sono poi tanti e si può pur sopravvivere, ma poi? Qualche mese ancora e questo dottorato finirà, e allora addio borsa di studio, addio accredito bancario puntuale come la morte ogni venti del mese. Cosa ne vogliamo fare di questa vita ragazzo? La risposta non arrivò o non volle darsela.

“Prego, si sieda pure signorina”.
Elisa era a disagio. La prima maglia dello strato era infeltrita e le graffiava la pelle, fredda nonostante tutto. E poi il professore non la guardava nemmeno negli occhi, parlava secco e sbrigativo, interpellandola praticamente mai e desideroso di liquidarla al più presto. Era il suo primo giorno di dottorato e già si sentiva fuori posto. Completamente e senza soluzione.
“Tutto chiaro signorina?”, chiese alla fine il professore iniziando a firmare diligentemente una pila di carte intestate.
In realtà no, non è chiaro un bel niente, non so più perché sono qui, sono fradicia, ho i capelli sconvolti e ho solo voglia di urlare. Ma non disse niente, si limitò a rispondere con un sì quasi impercettibile e dopo aver salutato entrò per la prima volta nell’ufficio del dipartimento, senza avere la minima idea di cosa dovesse fare.

Tommaso si era laureato in storia del cinema dieci anni prima. La tesi, su André Bazin e sui Cahiers du Cinéma, era stata un’avventura esaltante consumata tra Firenze e Parigi. Tutto magnifico: i viaggi in treno di notte, gli arrivi all’alba alla stazione di Bercy, le musiche di strada del Pont Neuf, le pile di riviste da consultare alla Bibliothéque Nationale, l’inseparabile computer portatile su cui ticchettava la sua tesi grondante d’ispirazione, e quel giorno indimenticabile di primavera quando era riuscito a intervistare Alain Resnais. E si era sentito immortale e invincibile. Poi c’era stata la discussione, l’annunciato centodieci con lode, il plauso unanime della commissione, i sorrisi di amici e parenti. Il mondo era una gigantesca ostrica da percorrere in lungo e in largo e il futuro un immenso punto interrogativo che non lo preoccupava affatto: lui poteva fare qualsiasi cosa, perché aveva preso centodieci e lode, perché aveva intervistato Alain Resnais, perché aveva venticinque anni.
E a quel punto interrogativo Tommaso s’era aggrappato senza troppi pensieri, affogando beatamente in anni di ozio creativo, collaborazioni saltuarie con riviste, organizzazioni di eventi, festival, cortometraggi, corsi di formazione, decine di lavoretti occasionali e pure un libro pubblicato. Tutto e niente, perché basta davvero poco, pochissimo, per vivere e sopravvivere quando si è giovani e felici.
A trent’anni aveva iniziato a insegnare storia del cinema in un’accademia per aspiranti registi, attori e sceneggiatori. Un vago entusiasmo iniziale per quello che, di fatto, era il primo lavoro fisso della sua vita, si era spento dopo qualche mese: quell’accademia era buia e squallida, una triste macchina di cartone mangiasoldi, completamente inutile ai sogni confusi e alle ingenuità imbarazzanti degli studenti. Per di più le sue lezioni non interessavano nessuno e Tommaso, d’improvviso e per la prima volta in vita sua, aveva iniziato a sentire il passare del tempo. Il suo curriculum aveva preso a profumare di rimpianto, ripensava a Parigi, ad Alain Resnais, al centodieci e lode, ai complimenti con cui lo incensavano tutti quelli che gli stavano accanto, convinti che lui più di chiunque altro avrebbe spaccato il mondo. E poi cos’era successo? Dove, esattamente, si era smarrito?
In due anni di accademia era finito a letto con cinque o sei di quelle aspiranti attricette senza alcun futuro possibile, cercando in quegli occhi e fra quelle cosce nient’altro che stima, ammirazione, adorazione. Da troppo tempo nessuno gli diceva più quanto fosse bravo e speciale, e di quella mancanza ne stava lentamente morendo. A ognuna di quelle tristi amanti provava a raccontare di come, un remoto pomeriggio di primavera parigina, era riuscito a intervistare nientemeno che Alain Resnais. Ma tutte rimanevano con lo sguardo perplesso e interrogativo, non sapendo minimamente chi fosse questo Alain Resnais. E ogni volta Tommaso non riusciva a non soffrirne, ogni volta provava a chiedersi perché, perché non riusciva ad accontentarsi di quel sesso facile e senza troppi sforzi. Ma non gli bastava, non gli sarebbe bastato mai che giovani donne piacenti gli si infilassero nel letto per una semplice e banale attrazione senza domani. Voleva di più, voleva essere venerato, voleva che ogni amante di una sola notte ricordasse per tutta la vita di aver scopato selvaggiamente con chi, un tiepido pomeriggio primaverile, aveva varcato la soglia della casa di Alain Resnais per intervistarlo.
Alla fine del secondo anno di corsi Tommaso aveva lasciato l’accademia ed era tornato all’ovile. Con la coda tra le gambe e un pesante senso di sconfitta nel cuore, si era ripresentato dal relatore della sua tesi. E il professore, senza batter ciglio e nonostante tutti quegli anni passati, gli aveva proposto seduta stante un dottorato con tanto di borsa di studio. Avrebbe dovuto sentirsi schifosamente fortunato, baciato dalla miglior sorte possibile: c’era gente che lottava per anni contro i mulini a vento per ottenere quella borsa, sbattendo e annegando in concorsi fallimentari e dottorati gratuiti, mentre lui, reduce da sette anni di esilio volontario dal mondo accademico, senza alcuno sforzo si ritrovava un assegno mensile per tre anni servito su un piatto d’argento. Ma Tommaso si sentì tutto fuorché fortunato: accettò la proposta con rassegnazione e cuore pesante, come fosse il degno epilogo d’una vita fallimentare. Sette anni prima, dopo la laurea, a chi gli chiedeva “farai il dottorato?”, rispondeva tronfio “neanche morto”, lasciando intravedere tra le pieghe d’un sorriso diabolico chissà quali altri e più enormi progetti. Si sentiva un eroe. Ma oggi non era più quell’eroe, e forse non lo era mai stato.
Adesso Tommaso si apprestava a concludere tre anni di dottorato vissuti in grigio, con una tesi sulle riviste cinematografiche italiane degli anni venti in cui non era mai riuscito a trovarci qualcosa di bello. Aveva provato a riproporre Parigi, la nouvelle vague, il suo amato Resnais. Ma i progetti del dipartimento erano di tutt’altro tipo e lui aveva dovuto adeguarsi. E in quell’archivio, a sfogliare centinaia di stupide riviste, sentiva di aver definitivamente ucciso la sua giovinezza.

Quella mattina di inizio novembre in cui si innamorò di Elisa, dopo aver fatto una paccata di fotocopie ignorandone l’utilità, Leonardo, suo compagno di dottorato e frustrazioni varie, gli propose una pausa al bar aggiungendo “e stavolta tocca a me offrire”. Tommaso, provvisoriamente ridotto in miseria, accolse l’idea dell’amico con un sospiro di sollievo: erano tre ore che sognava un cappuccino caldo, ma non poteva permetterselo.
Stava uscendo dal dipartimento per andare al bar quando Elisa, a testa bassa e rapida come una gatta, gli passò ad appena due centimetri. Tommaso la squadrò dalla testa ai piedi, seguendola con lo sguardo mentre saliva le scale a passo spedito.
“E quella ragazza chi è?”, chiese fingendo disinteresse.
“E’ arrivata stamattina”, rispose Leonardo quasi distratto, “è una nuova dottoranda…quindi una nuova disgraziata!”.
“Ma lo fa con noi? Non l’ho mai vista…”.
“No, no…è di storia dell’arte, si chiama Elisa…”.
Elisa. Un nome che, chissà perché, a Tommaso ricordava il mare. L’aveva vista per pochi attimi ma già gli s’era impressa nella mente con quel viso diafano e pulito, gli occhiali leggeri, i capelli castani e sottili, i jeans che gli disegnavano perfettamente le gambe.
“Ma la conosci?”, chiese ancora.
“No, è che è arrivata stamattina presto, e per sbaglio è entrata nel nostro ufficio…”.
Peccato non essere stato lì in quel momento, pensò Tommaso, peccato aver perso tempo per strada a pensare ai soldi polverizzati e a tutto il resto: avrei potuto accompagnarla al suo ufficio, presentarmi, darle la mano, scambiarci due chiacchiere e….
Non terminò quei pensieri ma poco dopo al bar, con finalmente davanti il sospirato cappuccino, decise di essersene innamorato.

Elisa si era laureata due anni prima in storia dell’arte moderna. Avrebbe voluto fare una scuola di restauro dopo la laurea, ma avrebbe dovuto fare i bagagli e lasciare Firenze, andare a Milano o a Torino. Non ne aveva avuto il coraggio: troppe volte sua madre le aveva ripetuto che cavarsela da sola sarebbe stato troppo difficile, che le città del nord erano fredde e spietate, che mantenerla fuori casa sarebbe stata una spesa enorme. Il resto lo aveva fatto Luca, un fidanzato quasi ingegnere che non credeva nei rapporti a distanza e che le aveva più volte sussurrato che, appena laureato, l’avrebbe sposata. Erano parole distratte, dette senza convinzione, ma Elisa ci aveva creduto lo stesso. Così alla fine aveva rinunciato alla scuola di restauro quasi euforica, iscrivendosi alle liste del provveditorato per le supplenze in storia dell’arte e disegno e fantasticando sul suo futuro di professoressa delle medie, moglie di un ingegnere e madre di due o tre figli. Si immaginava con il pancione in ampi e colorati vestiti premaman, e perdendosi in quei pensieri riusciva quasi a commuoversi.
Ma dal provveditorato nessuno la chiamava mai, nemmeno per una misera supplenza di due settimane. Consigliata da un’amica aveva provato anche il concorso di dottorato, ma era andato male. E alla fine, il fidanzato quasi ingegnere che sarebbe dovuto diventare il padre dei suoi figli, l’aveva lasciata. Un anno esatto dopo la laurea, una tiepida e generosa serata di dicembre, Luca l’aveva portata fuori a cena dichiarando che avrebbe dovuto dirle cose molto importanti. Elisa aveva pensato subito a un’ufficiale proposta di matrimonio, e per l’occasione aveva pure sfoggiato una gonna stretta appena sopra il ginocchio, proprio lei, che aveva orrore delle sue gambe e le gonne le evitava anche nelle grandi occasioni. Ma invece dell’anello quella sera aveva ricevuto il benservito.
“Non mi stimoli”, aveva detto Luca secco e senza affetto, in tutta risposta ai perché dolenti e piangenti di Elisa. Era stato come ricevere una coltellata in pieno petto, di colpo si era sentita nuda e indifesa, ridicola, brutta e grottesca con quella gonna, quelle scarpe e quel trucco. “Non mi stimoli”. Una volta a casa, da sola, nel silenzio delle due di notte, senza riuscire a smettere di piangere si era strappata le calze con le mani fino a ridurle in mille frantumi e filamenti. “Non mi stimoli”. Si odiava, odiava le sue gambe e odiava tutta se stessa, perché Luca l’aveva lasciata, perché oltre quella relazione non aveva nient’altro e perché senz’altro ne era l’unica responsabile. Non mi stimoli, non mi stimoli, non mi stimoli. Quelle parole le erano rimbombate in testa per mesi.
Eppure, durante il tremendo periodo di lutto che era seguito a quella sera disgraziata, non le era mancato tanto Luca come persona. Le era mancata l’idea di lui, l’idea di avere una persona accanto, l’idea di essere amata. Ma questo era ancora più triste e spaventoso: non riusciva a sopportare il fatto di sentirsi tranquilla e realizzata solo con un uomo accanto, solo vivendo nella sua ombra e nutrendosi dei suoi successi. Una passione ce l’aveva, il restauro, e l’aveva calpestata in nome di un amore fasullo e di antiche paure. E non si sentiva in grado di rimediare.
Tanto per riempire quelle giornate vuote, Elisa aveva iniziato a lavorare part time per una cooperativa sociale. Cinque euro e cinquanta all’ora, appena i soldi per uscire un paio di sere alla settimana senza doverli chiedere, come sempre, a sua madre che, dopo la fine della storia con Luca, sembrava guardarla con disprezzo e sospetto crescente.
All’inizio dell’estate aveva deciso di provare di nuovo il concorso per il dottorato e si era rimessa a studiare di brutto. Di altri uomini, dopo Luca, neanche a parlarne. Tranne una sera d’agosto, quando senza neanche accorgersene si era ritrovata ubriaca fradicia a ballare in mezzo alla pista di una festa improvvisata. Elisa non beveva mai e le era facilissimo perdere il controllo con appena due birre. Così si era lasciata andare agli sguardi di un biondino dai capelli corti e gentile quanto basta. E dopo gli sguardi, i balli, lo sfiorarsi furtivo e qualche bacio appena accennato, il biondino l’aveva trascinata via tra gli alberi della pineta che circondava la festa. Lei lo aveva seguito arrendevole e ciondolante ma poi, una volta in pineta, non appena il biondino le aveva cinto i fianchi provando a baciarla, era scoppiata a piangere. Lui si era spaventato, e dopo un paio di frettolose carezze di consolazione alla prima occasione buona se l’era data a gambe, lasciandola sola, ubriaca e lacrimosa. È che appena aveva sentito le mani di quel ragazzo sconosciuto scendere lentamente dai fianchi alle cosce coperte da pantaloni leggeri di lino, le era piombata addosso la voce di Luca che con tono ancora più gelido le diceva “non mi stimoli”. Si era messa a piangere perché aveva paura, paura di non farcela, paura che anche quel ragazzo non si sentisse stimolato da lei. E per di più sua madre, che nascosta da qualche parte in mezzo a quegli alberi la stava sicuramente guardando sussurrandole “otto mesi fa ti dovevi sposare e adesso sei una troietta senza nessuno e senza lavoro che si fa rimorchiare dagli sconosciuti…ma non ti vergogni?”.
Quella sera era tornata a casa facendosi pena da sola, sentendosi una vecchia zitella inacidita, cattiva e sfigata. Per non pensarci più aveva trascorso il resto dell’estate studiando giorno e notte, e alla fine il concorso di dottorato era andato bene. Adesso aveva anche lei il suo bell’assegno mensile per tre anni, ma non riusciva a esserne felice: non era quel che voleva, ma solo un compromesso migliore di qualche altro.

A metà pomeriggio era già buio e pioveva ancora. Una volta a casa provò invano a fare qualcosa per ammazzare il tempo, ma non aveva assolutamente niente da fare. Pensando e pensando giudicò quel primo giorno di dottorato tra il confuso e il disastroso, e sentenziò che il giorno dopo sarebbe stato anche peggio. Per tutta la mattina non aveva fatto altro che rimbalzare da un ufficio all’altro senza capire minimamente cosa stesse facendo, i suoi nuovi colleghi e tutti quelli che affollavano le stanze del dipartimento avevano facce disumane e ingrigite, e per lei nemmeno una parola di conforto o vagamente gentile. E poi quel ragazzo incrociato nel corridoio…Elisa aveva sentito i suoi occhi addosso che la squadravano, la sezionavano, la giudicavano. E che sicuramente la schernivano per quel look assurdo e disordinato con cui si era presentata al lavoro. Si era vergognata da morire ed aveva accelerato il passo su per le scale.
Unica consolazione era sua madre fuori casa fino a sera, ma quel tempo non l’aiutava, non l’aiutava per niente: la pioggia sbatteva contro il vetro mettendole addosso una malinconia antica senza nome né colore. Decise che odiava l’inverno, che l’odiava con tutto il suo cuore.

Per tutto il pomeriggio Tommaso sperò che l’ultimo capitolo della sua tesi sulle riviste di cinema degli anni venti si completasse da solo. I tasti del computer erano duri come macigni e in quattro ore abbondanti non gli uscì nemmeno una frase vagamente decente. Alla fine rimandò la conclusione del suo lavoro al giorno dopo. Se avesse avuto qualche soldo in tasca si sarebbe infilato in un qualsiasi irish pub del centro a bere birra e a guardare fino a sera gli highlits della Premier League, e magari tra un gol e l’altro avrebbe attaccato bottone con una comitiva di americani sbronzi e rumorosi, li avrebbe seguiti ad una qualche festa improbabile e sarebbe finito in un angolo a pomiciare con una ragazzetta bionda della Louisiana, mascella prorompente e scollatura infinita. Quel pensiero finì per intristirlo ancora di più e concluse che in fondo era meglio non avere il becco d’un quattrino. Poi pensò ai suoi ultimi due mesi di dottorato e alla fine imminente di quel maledetto assegno. Forse era ora di cercare qualcosa, un qualsiasi lavoro per sopravvivere, tanto quella stupida tesi e quel ridicolo titolo di “dottore di ricerca” non gli sarebbero serviti a niente. Con l’angoscia a scavargli ampi solchi nello stomaco finì quasi per rimpiangere l’accademia, le videocamere digitali in fila senza grazia, le minigonne e le cosce scoperte di quelle attricette dalla voce stridula.
In quel groviglio di pensieri gli tornò in mente Elisa, quell’apparizione sfuggente vista pochi attimi la mattina e che per chissà quale alchimia strana gli era entrata all’istante nel cuore. Pensare ad Elisa lo sollevò un po’ dall’angoscia. Il suo nome gli ricordava il mare, la sabbia, le conchiglie. Forse quella ragazza avrebbe potuto dare un senso a quei suoi ultimi mesi di dipartimento, avrebbe potuto dargli la forza di finire la tesi e poi di ricominciare tutto daccapo. Decise che il giorno dopo l’avrebbe cercata, conosciuta, si sarebbe offerto come Cicerone per guidarla nei dedali infiniti dell’università. E sarebbe nata un’immensa storia d’amore.

Ore dopo, alle dieci e mezza di sera, senza sapere niente l’uno dell’altra, Tommaso ed Elisa stavano entrambi con lo sguardo incollato alla finestra a fissare la pioggia scrosciante e i riverberi abbaglianti delle macchine nel traffico congestionato. Ma quell’inverno istantaneo e violento non c’entrava niente con la loro angoscia. Non erano certo il freddo penetrante nelle ossa, la pioggia battente, le mani intirizzite e i vestiti sbagliati a piantargli macigni di tristezza nello stomaco. Era la solitudine. E d’inverno si è ancora più soli. D’inverno le settimane diventano eterne, i telefoni smettono di squillare e nessuno esce più la sera, e se si esce si esce a coppie, a clan, e chi non ne fa parte è condannato a lunghi silenzi e pensieri senza via d’uscita.
Tommaso guardò la televisione senza prestarci attenzione per più di due ore, almeno tre volte provò senza successo a scrivere qualche paragrafo della tesi e infine lesse un paio di vecchi fumetti. Si arrese dal sonno soltanto alle due passate.
Elisa invece si addormentò quasi subito, poco dopo le undici, svegliandosi alle cinque sudata e lievemente scossa da un brutto sogno che però non riuscì mai a ricordare.

La mattina seguente Tommaso non compicciò niente al lavoro, impegnato com’era a cercare Elisa. Uscì dall’ufficio centinaia di volte e percorse all’infinito il corridoio, le scale, sostando ogni volta che poteva davanti a ogni ufficio di storia dell’arte. Ma di Elisa nessuna traccia. Sconfitto e deluso, alle due staccò dal lavoro e tornò a casa, spendendo pure gli ultimi miseri spiccioli che gli restavano per un pacchetto di sigarette. Adesso in tasca aveva esattamente quarantatre centesimi, e venerdì sembrava distante anni luce.

Quella mattina Elisa era stata in dipartimento appena dieci minuti. Giusto il tempo di essere ricevuta dall’assistente del suo professore che le aveva consegnato un foglietto spiegazzato su cui erano scarabocchiati dei turni di massima. La sua presenza in ufficio era richiesta quasi sempre soltanto il pomeriggio, così che la mattina poteva dedicarsi alle sue ricerche in biblioteca. Quali ricerche?, avrebbe voluto chiedere, visto che non mi è stato ancora assegnato nessun argomento, e soprattutto perché non me lo avete detto ieri e mi avete fatto attraversare la città in un’altra mattina infernale? Ma non chiese niente, e accettò tutto in silenzio.

Anche il giorno dopo, mercoledì, Tommaso cercò Elisa per tutta la mattina in ogni angolo del dipartimento. Ma nemmeno stavolta riuscì a trovarla e finì per convincersi che quell’apparizione di due giorni fa non era stata altro che l’ennesima illusione, l’ennesima speranza tradita. Smise allora di cercarla, di pensarla, e provò a rituffarsi nell’ultimo capitolo della sua odiata tesi.

“Pronto Eli, sono la Simo…ti disturbo?”
“Ciao Simo, dimmi pure…”
“Volevo dirti che sabato sera faccio una festicciola per il mio compleanno…niente di che, una cosa così a casa mia…se non hai impegni…”
“Certo che vengo, grazie…”
“Ma figurati, grazie a te! Come va il dottorato?”
“Mah…non so che dirti…sono qui solo da tre giorni…”
“Vabbè, sabato poi mi racconti tutto, ok?”
“Ok…”
“Ah…senti…”
“Cosa?”
“Se sabato vuoi portare qualcuno, fai pure, nessun problema! Ciao bella!”
“Ciao…”
Elisa riattaccò il telefono sbattendo la cornetta e mormorando tra i denti “stronza!”. L’aveva senz’altro detto apposta, “se vuoi portare qualcuno fai pure”, perché sapeva benissimo che era sola, sola come un cane, sola come la peggiore sfigata del mondo. Lo sapeva alla perfezione e l’aveva detto solo per avere modo, sabato, di fare l’espressione falsamente stupita e squittire “Ma come Eli, sei venuta sola?”. Simona era fatta così: magra, slanciata, occhioni verdi da cerbiatto, quarta naturale, vita sociale a mille e una stronzaggine innata e insopportabile. Quel mercoledì sera Elisa la odiò ancora di più. E odiò ancora di più se stessa, perché quando Simona la stronza le aveva detto, sadica, “se non hai impegni”, lei non aveva trovato niente di meglio che risponderle “certo che vengo”. Elisa si diede della cretina mille volte: avrebbe dovuto dirle non so, vediamo, fammici pensare, se riesco a liberarmi vengo volentieri. C’erano centinaia di ottime risposte possibili, e lei aveva beccato l’unica sbagliata. Ancora una volta non era stata capace di tirare fuori le unghie davanti all’aggressività spietata del mondo, ancora una volta non aveva saputo far altro che prestare il fianco ai leoni inferociti.

“A che punto siamo?”
“Buono, devo solo limare l’ultimo capitolo…”
“Pensa di farcela per la prossima settimana?”
“Sì, senz’altro…”
Tommaso non voleva proprio crederci, ma aveva compiuto il suo ennesimo e definitivo capolavoro d’idiozia. “Senz’altro”, proprio così aveva detto al suo professore ostentando un’invidiabile faccia di culo. Il capitolo non era semplicemente da “limare”, era da scrivere in toto, e farlo in una settimana aveva il sapore di un’impresa disperata. Uscito dall’ufficio del prof cercò una sigaretta per calmarsi, ma le aveva finite e non aveva soldi per comprarle. Fortuna che ormai era giovedì, e la mattina dopo avrebbe finalmente trovato il sospirato accredito mensile sul suo conto. Se però per qualche caso ci fosse stato un piccolo ritardo, avrebbe trascorso un fine settimana a dir poco infernale. Non volle pensarci. Quell’incontro suicida lo aveva tenuto in dipartimento fino a pomeriggio inoltrato: pensò che doveva fare delle fotocopie e si consolò all’idea che almeno, a quell’ora, il dipartimento era quasi deserto e avrebbe fatto in fretta.
Quasi svenne Tommaso quando, nella stanza delle fotocopiatrici e delle stampanti, vide davanti a sé Elisa, sommersa tra quintali di carta nel disperato tentativo di far ripartire una macchina incantata.
Allora esiste ancora, pensò Tommaso brevemente, allora posso ancora innamorarmi di lei. Poi, con un sorriso spalancato sul cuore, le disse “Si è inceppata?”.
Elisa trasalì. Concentrata com’era su quei bottoni sconosciuti e incomprensibili non lo aveva nemmeno sentito entrare. Si voltò di scatto, guardandolo con un misto di paura e disagio.
“Scusami, ti ho spaventata?”, chiese ancora, dolce, Tommaso.
Sì, certo che mi hai spaventata, pensò Elisa tirando un sospiro. Poi lo mise a fuoco e lo riconobbe: era quel ragazzo che aveva incrociato lunedì, quello che l’aveva squadrata e senz’altro schernita. Si sentì ancor più a disagio e desiderò sparire, dissolversi, o che per qualche motivo svanisse lui.
“Posso aiutarti?”, insistette Tommaso nonostante Elisa ancora non lo avesse degnato di nemmeno una risposta.
“Ma no, figurati…”, riuscì a dire lei alla fine, abbassando il capo ed evitando di incrociare i suoi occhi, “è che non riesco a capire come farla ripartire…”.
Lui le regalò un altro sorriso, e avvicinandosi disse “Non ti preoccupare, si bloccano spesso…ormai ci sono abituato…”. Poi prese in mano la situazione, aprì lo sportello, lo richiuse, schiacciò due tasti e la fotocopiatrice, d’incanto, riprese a sfornare fogli. “Ecco fatto…purtroppo qui a tecnologia siamo ancora nel giurassico”, concluse Tommaso sorridendo ancora.
E all’ennesimo sorriso, per di più con la fotocopiatrice miracolosamente funzionante, Elisa si rilassò. Era il primo gesto gentile che riceveva da quando era lì dentro, e quel ragazzo era anche carino, un bel profilo, rughe d’espressione attorno ad occhi grandi e velatamente malinconici. In una sola parola, affascinante.
“Scusa, non mi sono nemmeno presentato…mi chiamo Tommaso!”.
“Elisa”, disse lei tendendogli la mano.
Lo so, pensò Tommaso, so che ti chiami Elisa e che probabilmente vieni dal mare.
“Sei una nuova dottoranda?”
“Si, ho cominciato lunedì…faccio storia dell’arte…e tu?”
So anche questo, pensò ancora Tommaso. Quello che non so è perché nei giorni scorsi non ti ho mai vista. Cercò il modo di chiarirsi quel dubbio, e alla fine le disse “Io sono un vecchio dottorando, finisco fra due mesi…storia del cinema…strano che non ti abbia mai visto in questi giorni…”.
“A parte il venerdì, ci sono sempre di pomeriggio….”.
Adesso ho capito tutto, semplice problema di orari, si tranquillizzò Tommaso. Solo che adesso cosa facciamo Elisa? Adesso che posso guardarti meglio e con calma mi sembri ancora più bella, con questo sguardo timido e inquieto che guarda sempre da un’altra parte, con questa maglietta nera dalla scollatura appena accennata. Vorrei offrirti un caffè, e poi perdermi con te nelle luci della prima sera, ma oggi non ho un soldo, non posso offrirti niente né invitarti da nessuna parte, oggi posso soltanto tirarla per le lunghe con chiacchiere che spero divertenti, inventarmi qualcosa per tenerti qui con me il più possibile.
Elisa lo ascoltò parlare e scherzare. Rise più volte, sentendosi vagamente felice e anche…sì, anche stranamente eccitata, pur facendo un po’ di fatica ad ammetterlo. Sentì gli occhi furtivi di Tommaso posarsi più volte sul suo seno e non se la prese a male, ma si sentì euforica e arrossita. Poi con la coda dell’occhio scorse l’orologio a parete e vide che era tardi, tremendamente tardi, e il professore la stava aspettando al piano di sotto.
“Scusami”, disse Elisa col cuore pesantissimo, “devo proprio andare, mi dispiace, il professore mi sta aspettando!”.
Tommaso fece una smorfia di disappunto e poi, dolce e sincero, le disse “Ci mancherebbe…vai, vai pure…poi magari ci becchiamo domani…”.
“Sì”, rispose lei infilando la porta, “domani poi ci sono di mattina…”.
“E allora venerdì sarà il nostro giorno…”, concluse Tommaso guardandola sparire per le scale e imbarazzandosi da solo.

La sera, a casa, Tommaso restò con la televisione e il computer spento, ascoltando vecchi dischi e fantasticando per ore su Elisa, Elisa e il mare, Elisa e il suo camminare leggero che a ogni passo sembra quasi chiedere per favore, Elisa e quel suo sorriso timido e infinito, Elisa e le sue gambe splendide.
Elisa invece non fantasticò, ma si addormentò serena e sorridente come non le accadeva da tempo. E la mattina dopo si svegliò con la netta sensazione di aver sognato Tommaso.

Quel fatidico venerdì mattina Tommaso trovò sul suo conto il sospirato accredito. Lo prese come un ottimo presagio. Così aspettò paziente l’una e mezzo, ora più che dignitosa per staccare e fare in modo di intercettare Elisa e uscire insieme a lei dal dipartimento.
Appena la vide uscire dal suo ufficio, iniziò a battergli forte il cuore. “Come stai?”, le chiese quasi balbettando, “E’ andata bene oggi?”.
“Più o meno…”, rispose lei con una smorfia allegra.
Senza dirsi nient’altro uscirono insieme dal dipartimento e si ritrovarono a camminare fianco a fianco nel centro di Firenze. Faceva ancora più freddo che a inizio settimana, ma nessuno dei due sembrava preoccuparsene: bastava quell’impercettibile e quasi casuale sfiorarsi procedendo accanto lungo i marciapiede a riscaldarli. Parlarono di stagioni, di caldo e freddo, di università, di dottorati, di professori. Discorsi vaghi, parole leggere come il fumo delle sigarette di Tommaso, parole che nascondevano e intendevano tutt’altro, la voglia di restare insieme tutto il giorno, di prendersi per mano, di conoscersi ed esplorarsi da cima a fondo. La voglia di innamorarsi.
Dio mio come sei bella Elisa, pensò Tommaso mentre continuava a parlare di niente per evitare qualsiasi silenzio, hai mani piccole e delicate, e la tua voce mi arriva dentro e mi scioglie il cuore. Elisa tu vieni senza dubbio dal mare, sei nata da una conchiglia e il tuo respiro ha il suono delle onde. E allora dai, andiamo a mangiare in una trattoria che conosco a pochi passi da qui, ci sono le tovaglie a quadretti che odorano di domenica in campagna e il vino in caraffe di vetro, e tu ed io potremmo guardarci negli occhi al riparo dai rumori della strada. E poi potremmo andare a un cinema lì vicino, minuscolo e con le sedie di legno, dove fanno Tarantino in lingua originale, e al buio di quella sala che sarà per forza semideserta potremo darci la mano e baciarci e amarci e….
“L’ultimo film di Tarantino ancora non l’ho visto. Vorrei vederlo in lingua originale, lo danno in un cinema piccolissimo qui accanto…”, disse Tommaso senza tirare il fiato e col cuore in gola, sperando che lei sapesse cogliere al volo quell’invito velato.
Elisa in quel momento stava pensando alla festa del giorno dopo e a come sarebbe stato bello andarci assieme a Tommaso, ammutolire Simona la stronza e tutte le altre iene al suo seguito. Fantasticò su quell’imminente sabato sera, immaginandosi sicura e disinvolta, noncurante del resto del mondo. E ce ne andremo presto, sognò ancora Elisa, rideremo insieme della stupidità degli invitati e poi ci baceremo nel buio di una strada deserta, lui mi porterà a casa sua e io lo seguirò senza paura, perché mi sentirò forte tra le sue braccia e me ne fregherò di tutto, di Luca e dei suoi stimoli, delle manie di mia madre, del fatto che è un anno che non tocco un uomo. E potrei anche lasciar scivolare la sua testa fra le mie gambe e farlo arrivare dove nessun uomo è arrivato mai e poi…poi…
Elisa riemerse dalle sue fantasie quando si accorse che Tommaso continuava a parlare e lei non lo stava ascoltando. Stava parlando dell’ultimo film di Quentin Tarantino che davano in lingua originale in un cinemino lì accanto. È un invito?, si chiese Elisa. E se è un invito, perché non me lo chiede direttamente? Chiedimelo e ti dirò sì senza pensarci nemmeno un secondo.
Ma Tommaso non glie lo chiese, continuò a girarci intorno aspettando un cenno da Elisa che non arrivò. E finì per convincersi che la ragazza non aveva nessuna intenzione di passare il pomeriggio in un cinema buio assieme a lui.
“Poi non so…Tarantino mi suscita reazioni contrastanti, a volte penso sia un genio, altre volte…boh…”, concluse Tommaso in evidente ritirata, con la sconfitta ormai stampata in faccia.
Non era un invito allora, pensò Elisa secca, disillusa e definitiva.
Bastò quella piccola e insignificante incomprensione, lieve come il frusciare di una foglia, a far crollare tutto. Erano entrambi ammalati di solitudine, e la paura prese a divorarli come un cancro.
Si fermarono in piazza San Marco, alla pensilina degli autobus. Stettero per un po’ in un silenzio paranoico e pesantissimo. Poi arrivò il 23 ed Elisa disse “Ecco il mio autobus”, sperando tuttavia che lui la fermasse in qualche modo.
Tommaso osservò il lento arrivo dell’autobus, ascoltò lo sbuffo della frenata. Avrebbe voluto trattenerla, trovare quelle parole secche, dirette e inequivocabili per invitarla a pranzo, al cinema, a cena, ovunque purché restasse insieme a lui. Ma la sentiva lontana e distante, e il terrore di sentirsi rifiutato e respinto lo vinse definitivamente.
Quando si aprirono le porte del 23 Elisa ebbe un attimo di esitazione. In meno di un secondo pensò adesso glie lo dico che non voglio tornare a casa, glie lo dico e al diavolo tutte le paure. Ma non ebbe la forza e salì sull’autobus.
“Allora…ci vediamo venerdì…”, riuscì a dire Tommaso.
“Ok, a venerdì…”, rispose Elisa.
Le porte si chiusero e il 23 partì in direzione Nuovo Pignone. Tommaso diede un debole calcio a una cartaccia abbandonata a terra, girò i tacchi e pensò che forse poteva ancora rimediare a quel disastro, forse c’era ancora rimedio alla sua idiozia. Forse poteva cercare Elisa nel pomeriggio e dirle….ma dove e come la cerco?, si chiese, non le ho nemmeno chiesto il numero di telefono.
Elisa, sull’autobus, non si voltò verso la piazza a guardarlo. Pensò soltanto al week end che le si prospettava, alla festa di Simona la stronza da viversi in completa solitudine, alla domenica pomeriggio di ansia e pioggia.
“Venerdì…ci vediamo venerdì…”, ripeté a se stessa con un filo di voce. Ma da qui a venerdì, pensò ancora, c’è un’intera settimana di nulla cui sopravvivere.
Da qui a venerdì, c’è una vita.

RICCARDO LESTINI,
novembre ’09+

Continua...