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lunedì 19 ottobre 2009

Serge Latouche, il profeta della decrescita economica


di Isabella Rossi

Una folla di fan entusiasti ha invaso martedì scorso palazzo Donini. A Perugia, nel corso delle celebrazioni capitiniane 2008-2009 promosse dalla Regione Umbria, l’attesissima e seconda visita ufficiale - dopo quella del 1993 - di Serge Latouche, economista francese e profeta della “decrescita serena”. Non poche le analogie tra il pensiero di Aldo Capitini, il filosofo perugino ideatore della “Marcia della Pace”, e quello del professore emerito di Scienze Economiche, come ha sottolineato Luciano Capuccelli, presidente della Fondazione Aldo Capitini. Ma la lectio su “la decrescita come uscita dalla crisi” è partita con un’amara constatazione: “Assistiamo in diretta al crollo della civiltà occidentale. Per l’impero romano ci sono voluti secoli, per noi sono meno di trent’anni.” La crisi finanziaria scoppiata nel 2008 è, secondo Latouche, il frutto di una crisi economica globale iniziata molto tempo prima. “Già nel 1974 era in atto la crisi del fordismo. La vita del capitalismo si è protratta attraverso la bolla speculativa, e ora la crescita non è più possibile”. L’utopia dello sviluppo infinito, inaugurata dal Saggio sulla ricchezza delle nazioni (1776, ndr) di Adam Smith, è stata smentita nei fatti: “l’arricchimento ha riguardato solo una ristretta cerchia di borghesi, non i contadini né gli artigiani”. A partire dal 1850 è stata l’adozione del sistema termoindustriale, a rendere concreta l’utopia della crescita infinita proseguita, dopo la seconda guerra mondiale, con lo sfruttamento dei pozzi di petrolio. “Potenti schiavi meccanici al servizio dell’uomo” e una fede cieca nella crescita non hanno potuto evitare lo scontro con la realtà. Ma come è stato possibile tenere in vita l’utopia collettiva dello sviluppo infinito? Il meccanismo su cui si basa, ha illustrato l’economista, ha tre capisaldi: il marketing, il credito e l’obsolescenza programmata. Attraverso la pubblicità, soprattutto televisiva, “che fa girare 500 miliardi all’anno di dollari”, si è avuta la colonizzazione dell’immaginario collettivo, la tragica trasformazione dell’homo sapiens in “bestia consumans”. Gli effetti collaterali sono l’inquinamento spirituale, visivo ed acustico, e una fuorviante immagine del femminle. E’ proprio grazie all’incoraggiamento al credito ad ogni costo che le famiglie statunitensi si sono indebitate fino all’eccesso, ma “nel 2007 il sistema è crollato”. L’obsolescenza programmata trova un emblematico esempio nelle migliaia di cellulari buttati, perché resi obsoleti dalle tendenze programmate, contenenti un metallo raro, il coltan, “per il quale si è fatta una guerra nel Congo”. Un totalitarismo soft, quello della società dei consumi, secondo Latouche, ma pur sempre un totalitarismo. Ancora più drammatica la situazione dell’ambiente: “anche evitando di bruciare petrolio alla fine del secolo ci saranno almeno due gradi di riscaldamento del pianeta”. Ma, avverte l’economista, “se tutto va bene saranno 6 gradi”. Quarant’anni fa era possibile evitare la catastrofe, “ora la possiamo solo gestire per limitarla”. E avverte Latouche, “gli immigrati dal sud del mondo non saranno migliaia, ma centinaia di milioni. Paradossalmente il minor consumo indotto dalla crisi mondiale ha avuto un effetto positivo per l’ambiente, ma la disoccupazione è una tragedia per l’uomo. Ecco perché occorre uscire da una società della crescita ed inventare altri modelli. Quello della decrescita, puntualizza Latouche, è solo uno slogan, una provocazione in grado di mettere, per così dire, il dito sulla piaga. Sobrietà dei consumi, “crescita della gioia di vivere e del benessere” contro la demonizzazione della povertà misurata, “in cui un tempo si viveva senza vergogna” . Mentre ora “ad amministrarci è la mano invisibile dei mercati finanziari”, proprio questi concetti sono estranei al pensiero unico dello sviluppo infinito, secondo cui solo il consumo è il veicolo di felicità. Rivoluzionario, dunque il progetto della decrescita, “che vuole essere soprattutto matrice di alternative, che rendano possibile la creazione di un futuro sostenibile”. Niente soluzioni chiavi in mano. Non un passpartout per ogni paese, ma principi inspiratori, “ogni schema deve essere calato sul luogo”. Ad esempio “raccolta differenziata al posto dell’inceneritore” cita il professore incassando un applauso dai presenti, o produrre e consumare a chilometri zero. Utopie? Non per Latouche, che nel frattempo un suo programma per la Francia l’ha già stilato, “riuscendo addirittura ad essere eletto”. Inutile, dunque cercare di liquidare il suo progetto culturale con facili etichette. La sua forza maggiore, proprio come è accaduto per Capitini, la trae dal basso, dall’inspirazione della consapevolezza e della coscienza di ogni singolo individuo, a cui instancabilmente fa appello.

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mercoledì 9 settembre 2009

Domande pretestuose sul lavoro che non c’è...

Ieri mattina, transitando in macchina dalle parti di Terni, sono stato involontario testimone di una scena drammaticamente insolita. Alcune persone, sospese a molti metri da terra senza alcuna protezione, poggiavano sul bordo di un viadotto e dislocando un lungo striscione, reclamavano il pagamento di 3 mesi di stipendio arretrati. Successivamente vengo a sapere che quei manifestanti sono dipendenti di due ditte edili del territorio, a cui l’ANAS ha commissionato (e già pagato) dei lavori di manutenzione delle strade. Oltre a non ricevere lo stipendio, gli operai sarebbero inoltre a grave rischio di licenziamento; da qui la decisione di inscenare questo estremo gesto di protesta, che sembra almeno abbia sortito l’effetto di mettere in moto le istituzioni politiche locali, per cercare di risolvere la vertenza.

Episodi come quello di Terni sono da annoverare tra i molteplici che riempiono le cronache di questi giorni. La vicenda della INNSE di Milano e dei suoi quattro operai legati alla cima di una gru per oltre una settimana ha innescato, quasi in una reazione a catena, decine di casi simili in tutta Italia, con lavoratori disposti a tutto pur di non perdere la propria occupazione. Un certo rumore, persino nei nostri anestetizzati giornale, hanno fatto anche le numerose manifestazioni dei precari della scuola: insegnanti arroccati sui tetti dei provveditorati, marce di protesta in mutande e giarrettiere, scioperi della fame e della sete, incatenamenti vari. Mi chiedo quale sarà la prossima categoria che, colpita duramente da crisi globali o da provvedimenti governativi, scenderà massicciamente in piazza…

Lavorando come insegnante precario, la questione occupazionale mi coinvolge da vicino e – non lo posso negare – genera in me una forte preoccupazione. Nella sola Umbria, i due provveditorati provinciali di Perugia e di Terni hanno messo a disposizione 380 contratti in meno (tra docenti e personale ATA) rispetto all’anno scorso. Altre stime prevedono che il bilancio definitivo dei tagli del comparto scuola sarà, per il solo a.s. 2009/2010, di circa 700 unità. E il peggio deve ancora arrivare…

In questo contesto, la crisi occupazionale non sembra neanche avere la precedenza delle priorità nelle agende dei nostri politici, poco importa siano essi di governo oppure di opposizione. Il “papi” è troppo impegnato a smantellare le istituzioni e a sbraitare contro chiunque non si allinei al pensiero unico dell’Unto del Signore. La sinistra sinistrata, d’altra parte, parla di cose assurde, incomprensibili ad una qualsiasi persona provvista di senno, si scanna su segretari, mozioni e correnti, si scinde in partitini e sottopartitini come in un processo di mitosi cellulare. In poche parole, si autocondanna alla sconfitta permanente. Sui sindacati poi, stendiamo un velo pietoso...

Finisce così che vengono a mancare gli interlocutori politici per affrontare i complessi problemi del mondo del lavoro; le cui conseguenze – dirò una banalità – sono un fardello pesante sulle spalle di tante persone. Da un punto di vista personale, ho vissuto in questi giorni molti momenti di rabbia e disorientamento. A 28 anni, credo sia arrivata l’ora di dispiegare le ali, lasciare il protettivo tetto parentale e andare a vivere per conto mio. Un progetto legittimo, quello di misurarsi con le proprie forze e cercare di costruire una vita indipendente, che però non può trovare attuazione nell’odierna situazione. Non vedo come questo sia possibile non avendo un lavoro...

E in fin dei conti, io non mi dovrei neanche lamentare. Ho ancora tutta una vita davanti, al momento sono protetto da quel grande ammortizzatore sociale che è la famiglia; i presidi, prima o poi, avranno ancora bisogno di me e in qualsiasi caso, posso sempre riconvertirmi a qualche altra forma di occupazione. Mi chiedo invece come possano sentirsi donne e uomini di 45-50 anni, che hanno lavorato per una vita, con famiglia e bambini a carico; e che all’improvviso, si sono sentiti dare il benservito senza troppi complimenti. Mi domando come potranno riqualificarsi in un mondo del lavoro quanto mai becero e competitivo, nel quale le necessità economiche e finanziarie prevalgono sempre di più sul rispetto dei valori e della dignità delle persone. Mi domando come riusciranno a superare le frustrazioni psicologiche, i sensi di colpa e di inutilità che inevitabilmente affioreranno. Mi chiedo infine se esista una soluzione a tutto ciò. Qualcuno è in grado di rispondere e proporre soluzioni, senza il rischio di finire querelati o essere tacciati di catastrofismo?

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giovedì 21 maggio 2009

"La crisi economica può salvare il pianeta". Gli studenti d'Ingegneria a lezione di "Decrescita"

di Isabella Rossi

“Siamo in una crisi economica che rientra nelle normali fasi di contrazione o si tratta di una crisi sistemica?” Questo il quesito posto a Mauro Bonaiuti, docente di Economia presso le Università di Modena e Bologna e presidente delle Rete Italiana per la Decrescita, che su invito dell’Isf di Perugia, l’associazione Ingegneri senza frontiere, ha tenuto mercoledì pomeriggio nell’aula magna della Facoltà di Ingegneria una conferenza-dibattito dal titolo “Pensare la decrescita”.

Nessuna intenzione di creare allarmi, né di presentare l’ennesimo uovo di Colombo ai tempi della crisi economica mondiale. Ciò che preme al professor Bonaiuti è l’esplorazione del fenomeno crisi da una prospettiva multidimensionale, in cui l’economia è punto di partenza e di arrivo.

“Nel luglio 2008 il petrolio ha superato i 140 dollari al barile. Secondo alcuni studiosi potrebbe essere la bolla speculativa del petrolio ad aver innescato la crisi mondiale. In questo caso avremmo a che fare con una crisi sistemica”. La causa diretta non sarebbe il crollo dei mercati finanziari, come si sente insistentemente ripetere, ma il progressivo esaurimento della fonte “non rinnovabile” per eccellenza, il motore dell’intero pianeta. Tesi, ovviamente confutabile, a cui tuttavia fa da corollario una premessa metodologica inconsueta: la multidimensionalità. Se nessuno si aspettava una crisi di tale portata è per “l’incapacità degli economisti di leggere una realtà multidimensionale dovuta, in parte, alla tendenza a prendere modelli di riferimento dal passato”. Ovvero l’economia come processo lineare è mera illusione. Lo insegna “il principio di emergenza” secondo il quale al crescere di una dimensione economica si ha una “trasformazione della relazione tra le parti”. E il rapporto tra popolazione e risorse del pianeta si è fortemente modificato dal 1820 al 2000 in una crescita economica del pianeta senza precedenti.

Ma l’economia di mercato, responsabile della crescita, non è stata in grado di integrare la reciprocità, la redistribuzione e lo scambio di mercato, organicamente e contestualmente presenti nell’ “economia umana”. L’ esclusione di questi elementi avrebbe generato danni all’umanità e all’economia. Questo, esemplificando, l’insegnamento di Karl Paul Polanyi, filosofo, economista e antropologo ungherese, a cui il movimento della Decrescita si inspira. Uno del tutto evidente è il danno ecologico.

Lo testimonia l’impronta ecologica globale (l’indice statistico che misura l'area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e per assorbire i rifiuti corrispondenti, ndr) che oggi supera il 30% del fruibile. In altre parole “ci stiamo mangiando il futuro” secondo Bonaiuti. E non abbiamo risolto neanche il problema della povertà per il quale si è creduto che lo sviluppo fosse la soluzione.

In realtà la competizione internazionale, vinta da pochi, ha aumentato il numero dei poveri “che non hanno più niente da offrire al mercato globale”. Contro un uno per cento che possiede il 57 per cento delle risorse ci sono i milioni di persone che non possiedono più di due dollari al giorno. Altro effetto negativo è la “dissoluzione dei legami sociali” nella società di mercato, in cui gli oggetti, e non le relazioni con il prossimo, sono elementi costitutivi dell’identità personale. Per Bonaiuti sul grafico dello sviluppo senza fine è apparsa improvvisamente una curva.

“Mi capita di girare molto per l’Italia ma qui il livello di preparazione è davvero buono” si è complimentato il professore con gli studenti, che al termine del dibattito hanno sollevato quesiti, sferrato critiche ed espresso curiosità verso la teoria della Decrescita. Di fatto uno slogan, una provocazione o “una definizione di transizione volontaria verso una società equa, partecipata ed ecologicamente sostenibile”. Un ringraziamento particolare è andato al professor Gianni Bidini, rettore della facoltà di Ingegneria, che ha reso possibile l’iniziativa.


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martedì 31 marzo 2009

NUMEROSI A ROMA IL 4 APRILE 2009!

ROMA
4 aprile 2009
MANIFESTAZIONE NAZIONALE:
“CONTRASTARE LA CRISI, PROGETTARE IL FUTURO”

Il sindacato CGIL per aumentare il tetto di retribuzione mensile della cassa integrazione, per l’aumento delle pensioni, l’estensione della quattordicesima alle pensioni povere, la restituzione del fiscal-drag e la richiesta di detrazioni sul lavoro dipendente.
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venerdì 12 dicembre 2008

Crisi economica, in Italia uno tsunami sui redditi delle donne

Per ora la condanna della Corte Giustizia Europea che richiede l’innalzamento dell’età previdenziale per le donne e la sua omologazione a quella maschile, non avrà conseguenze in Italia. Ovvero l’Italia attribuisce alla differente età previdenziale un’azione risarcitoria rispetto alle disparità di trattamento economico e alle difficoltà di accesso al mercato del lavoro che colpiscono le donne. I giudici lussemburghesi oppongono, tuttavia, che tale differente età previdenziale non è affatto riuscita a colmare negli anni gli svantaggi ai quali sono sottoposte le carriere delle donne.

Il vantaggio previdenziale, di fatto, convive con discriminazioni e svantaggi riscontrabili solo nei paesi del terzo mondo. E se il 57% delle donne italiane sono disoccupate, con la crisi questo livello rischia fortemente di scendere ancora.

Ed è proprio per riflettere sulla situazione che alcuni giorni fa Emma Bonino, vice presidente del Senato, ha chiamato un gruppo di deputati e senatori radicali nel Pd ad esprimersi. “In pensione quando, al lavoro come?” era il tema del forum, più in generale si è discusso dell’impatto della crisi economica sulle donne. Un impatto che si prevede, inutile negarlo, disastroso.

Sulle donne occupate, che hanno in maggioranza contratti flessibili e molto più degli uomini in Italia difficoltà di accesso al mercato del lavoro, la recessione economica si abbatterà come uno tsunami.

Per eliminare gli svantaggi a cui sono sottoposte le carriere delle donne Renata Polverini, segretario Ugl, richiede che all’aumento dell’età corrisponda un bonus previdenziale per ogni figlio. Per la CGL, invece, occorre invertire le priorità. Cominciare, cioè, dagli ammortizzatori sociali visto che le donne saranno le più penalizzate dalla recessione.

Secondo Emma Bonino la sentenza della Corte di Giustizia Europea potrebbe diventare un’occasione di riscatto. L’equiparazione avrebbe l’effetto di mandare più tardi in pensione un 20% della popolazione con un risparmio per lo Stato di 250 milioni di euro. Tuttavia in cambio dell’equiparazione dell’età pensionabile occorerebbe il risparmio per incentivi fiscali sul lavoro delle donne o introducendo contributi figurativi previdenziali per ogni figlio, secondo la presidente Bonino.

Quello che si vuole cambiare è una certa logica di tutela delle donne che include da sempre anche le note discriminazioni. Come dire: pensione prima ma niente carriera, niente servizi di cura e assistenza, dato che se trovare lavoro in Italia è un "onore" per una donna, l'onere del lavoro di cura la politica lo vuol far gravare tutto sulle sue spalle, come hanno dimostrato i programmi elettorali di Pd e Pdl, in cui si proponeva la defiscalizzazione dei redditi femminili a fronte di comprovate spese di cura, o l'ancora più esplicito quoziente familiare. Altro che welfare, si abbassa il lavoro retribuito delle donne e si innalza quello gratuito. A questa logica hanno risposto le politiche dei partiti di maggioranza. Ma tali strategie saranno ancora sostenibili in fase di recessione? Le donne che le hanno accettato, consapevomente o inconsapevolmente, continueranno a dare fiducia alla politica che le penalizza? Sicuramente la recessione fornirà una risposta a questi quesiti.
Isabella Rossi

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giovedì 4 dicembre 2008

Nessuno si alza per andare a morire


Dal blog www.comitatogiuseppecoletti.blogspot.com, riportiamo la testimonianza di Fiorella Grasselli (*), vedova di Giuseppe Coletti, uno dei quattro operai morti nel tragico incidente della Umbria Olii di Campello sul Clitunno circa due anni fa

Sono trascorsi due anni da quella tragica giornata del 25 novembre 2006, ma per me è come se fosse successo ieri. Quando salutai Giuseppe la mattina lui mi disse:”torno alle 14,30”. Non sapevamo che non ci saremmo più rivisti.

Non mi andava che lavorasse anche di sabato e glielo dicevo spesso, ma lui era troppo affezionato al proprio lavoro!

Quando chiudo la porta di casa ora sono sola, intorno a me c’è un gran senso di vuoto. E so che lo stesso accade nelle altre famiglie dei colleghi di mio marito che quel giorno stavano con lui su quei maledetti silos. Oggi ho trovato la forza per venire qui, a parlare, e sono sicura che c’è lui vicino a me.

Ho trovato la forza,come sono riuscita a fare anche lo scorso anno,perché voglio sapere la verità. Per impedire anche che qualcuno dica che queste sono cose che possono capitare tutti i giorni. Voglio che quello che è successo a Campello due anni fa non venga dimenticato e desidero che venga fatta giustizia.

Ho tanta paura che ci si dimentichi di noi e di quello che è successo. Dopo due anni il processo ancora non è incominciato. Ma io penso che giustizia sia anche che il processo si faccia presto e che si scopra cosa è successo davvero e chi ha le colpe di quel fatto.

Se passano anni senza verità e senza risposte come si può onorare la memoria di chi è morto quel giorno? Che giustizia c’è in un mondo dove celebrare il processo devono passare tanti anni? Quando mio marito andava al lavoro lo faceva per la sua famiglia, per fare la sua parte nell’impresa in cui lavorava e nella comunità in cui viveva. E poi lui lavorava in questo ambiente e con queste mansioni da oltre 20 anni e mi diceva sempre che se un lavoro non era più che sicuro non lo avrebbe mai fatto.

E invece lo hanno anche accusato di essere stato lui ed i suoi colleghi a causare quel disastro. Lo hanno anche accusato di essere stato lui ed i suoi colleghi a causare la loro morte. Perché invece qualcuno non ha detto cosa c’era dove stavano lavorando e cosa potevano e non potevano fare lì sopra?

Per questo io sono sicura che non possono aver sbagliato loro. Nessuno si alza la mattina per andare a morire. Giustizia significa che la nostra storia,quella di mio marito e quella di tante altre famiglie come la mia, non cada nel dimenticatoio e che non si dica che si è trattato di una fatalità.

* Intervento letto il 25 novembre 2008 nel consiglio comunale di Campello sul Clitunno,nel ricordo dei 4 operai morti due anni fa, nella richiesta di giustizia e di memoria, incontro organizzato dalla municipalità e dalla “Carovana per il lavoro sicuro”

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domenica 13 luglio 2008

Per gli italiani è incubo precarietà. A Napoli si muore di lavoro a 17 anni

da Liberazione del 13/07/2008

Stefano Bocconetti

Hanno detto bugie. Tutti. O almeno tutti quelli che siedono in Parlamento. E su quelle hanno costruito strategie, alleanze, un governo. Con la più forte maggioranza della storia repubblicana. E ancora, su quelle bugie s'è costruita anche la cultura politica dell'opposizione parlamentare. In ogni caso, bugie. Dati falsi. Vediamoli, allora. Dunque, per più di un anno - diciamo da quando gli scricchiolii del governo Prodi sono diventate vere e proprie frane e s'è cominciato a parlare di elezioni anticipate - hanno raccontato che questo paese aveva un solo incubo: l'immigrazione. Che nel loro vocabolario significava criminalità diffusa, microcriminalità, questione rom, campi nomadi. Hanno scomodato anche qualche sociologo che un po' frettolosamente aveva spiegato che la sinistra - una «sinistra moderna» - non avrebbe dovuto sottovalutare la questione sicurezza. Considerata la priorità da tutti, compreso il blocco sociale che tradizionalmente ha sempre guardato a sinistra. Ecco, tutto questo era semplicemente falso. Una bugia. La verità, attraverso una lunga, complicata indagine-sondaggio condotta in tutti i centri sopra i 10 mila abitanti, la racconta ora il Censis. Ed è tutta un'altra storia: questa ci racconta che il primo, quasi unico problema degli italiani è il lavoro. E' il lavoro che non c'è, è il lavoro che anche quando c'è è precario. E' al nero. E' il lavoro che non risponde nè alla propria formazione, nè alla propria aspirazione. E' il lavoro senza diritti. Un'altra storia, insomma, che ci racconta di come la paura, la paura vera sia - per due persone su tre - quella di restare senza un impiego. O di restare precari a vita. La paura del migrante, quando c'è, viene dopo. Molto dopo.
Uno studio - che sarà alla base di un convegno a Roma del "World Social Summit", a settembre - ci regala un'altra fotografia di questo paese. Più lontana dai temi della campagna elettorale ma più vicina alla cronaca di tutti i giorni. Dove il lavoro che manca, soprattutto al Sud, costringe tanti ad accettare qualsiasi violazione pur di portare a casa qualche euro. Costringe tanti ad accettare lavori pericolosi, dove si muore. Quello studio fotografa un paese che assomiglia di più all'Italia. Che assomiglia di più a Napoli. Dove ieri un ragazzo di diciassette anni - un ragazzo di Scampia - è stato costretto a lavorare di sabato mattina, per montare impianti di aria condizionata, negli appartamenti di chi può permetterseli. Un ragazzo che non tornerà più a casa. All'improvviso ieri, verso mezzogiorno, è precipitato da una specie di impalcatura, dal quinto piano del palazzo. Un volo di venti metri, uno schianto. E' morto sul colpo. In una città soffocata dall'afa.
Questo accade in questo paese. E questo racconta lo studio del Censis. Un lungo elenco di numeri, dati, statistiche. E si viene così a scoprire che sessantasei persone, sessantasei famiglie su cento pensano che le vere emergenze siano quelle collegate al tema del lavoro.
Emergenza che significa tante cose, che si traduce in altri dati. Si viene così a sapere che un laureato su due - il 50% - accetta un lavoro dequalificato per il timore che persa un'occasione non se ne ripresenti una seconda. E insieme a questa paura c'è la denuncia. Su una situazione che più o meno tutti conoscono ma di cui troppo poco si parla: quella per cui un lavoratore su quattro oggi ha un impiego precario. O addirittura al «nero».
Di più. L'incubo del lavoro - che non c'è, o è stagionale - diventa la sola ossessione al Sud. L'85,9 % delle persone intervistate lo considera il primo problema. Il vero, unico problema. Percentuale che significativamente scende - ma solo di un po' - al centro, il 72,5 per cento, fino a diventare la preoccupazione «solo» del 40% nelle ricche aree del Nord-Est.
Scavando ulteriormente nei dati, nelle risposte, si scopre che ben l'11,9 per cento di chi dichiara di avere un'occupazione in realtà è legato da contratti a termine: interinali, stagionali, e via dicendo. Ci sono addirittura ancora tanti contratti di apprendistato. Cosa ancora più grave, un altro 12 % dice semplicemente di lavorare nel sommerso. In nero. Senza contributi, senza nulla. Messe insieme queste due categorie di precari, fanno un esercito di cinque milioni e 800mila lavoratori. Un occupato su quattro, insomma, non può dirsi sicuro sul proprio futuro. Un esercito in continua crescita: in appena quattro anni, i lavoratori precari sono aumentati dell'11 e tre per cento. Un esercito che continuerà a crescere. Dice ancora il Censis: «Le dimensioni del fenomeno appaiono in prospettiva destinate a svilupparsi ulteriormente, considerato che sono proprio i settori a maggiore spinta, servizi e terziario in primis, quelli in cui i fenomeni in questione appaiono più significativi». Saranno sempre di più, insomma, i senza sicurezza per il futuro.
Futuro, come sanno anche i sassi ormai, che non può garantire neanche un titolo di studio. Ed è questa forse la parte dell'indagine più nuova, che svela i dati meno conosciuti, meno prevedibili. Il Censis racconta infatti che un laureato su due fa un lavoro che richiede competenze molto, molto più basse di quelle acquisite all'università. Il 50% dei giovani laureati, insomma, è costretto ad accettare quella che si chiama «sottoccupazione». Lo fa, anche qui, per paura di restare senza nulla.
Questi sono i problemi degli italiani. Che stridono non solo con gli slogan della passata campagna elettorale - per curiosità: la questione immigrazione, nelle priorità degli intervistati, viene otto punti dietro il problema lavoro - ma anche con i dati ufficiali. Quelli che indicano una crescita, anche se impercettibile, del numero degli occupati. Nuovi posti forse ma, come si è visto, quasi esclusivamente a tempo, quasi esclusivamente lavori precari. E addirittura, nel mondo del precariato, crescono i contratti assolutamente senza alcuna garanzia, come quelli a «progetto». Che possono durare anche solo una settimana. Perché le cifre ci dicono che questa «categoria» - l'ultima dei precari in scala gerarchica - è aumentata del due e due per cento.
Questa è l'Italia. La politica italiana racconta, invece, un altro paese. Anche quando finge di accorgersi delle vere emergenze. Le ultime battute, infatti, non possono che essere per Veltroni. Da due mesi s'è occupato di Rete4, o delle leggi ad personam varate dal governo di destra. Ieri, improvvisamente ieri, in concomitanza con i dati del Censis, s'è accorto della questione sociale, dell'emergenza sociale in italia. L'ha fatto dentro uno strano discorso in cui, come sempre, ha messo insieme la questione sicurezza, lamentando gli scarsi fondi messi a disposizione delle forze di polizia, e il disagio sociale. Mettendo insieme il tema sicurezza e il disagio di pezzi di questo paese che non ce la fanno più ad arrivare neanche alla seconda settimana, che vanno al lavoro senza sapere se torneranno a casa. Che non possono progettare nulla perché non hanno un posto fisso.
Anche Veltroni sembra essersene alla fine accorto. Salvo poi riproporre l'intero armamentario del piddì: l'aumento dei salari attraverso gli straordinari detassati - cosa che la destra sta per varare -, la fine del contratto nazionale per legare gli incrementi alla produttività. Cioè soldi in più solo a chi lavora di più. Per finire con l'idea di aumentare di qualcosa la retribuzione dei precari. Pagati qualcosa di più, ma sempre precari. Formule che sono parte del problema, non la soluzione. No, la fotografia del Censis invoca qualcos'altro. Ma purtroppo quel «qualcos'altro» ancora non c'è.

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giovedì 3 luglio 2008

Dubbi atomici

Sabrina Morandi da Liberazione.it

Ci risiamo. Dopo Veronesi ora ci si mette anche Brunetta a confezionare la sua personale e fantasiosa versione di programma nucleare: basta costruire 50 centrali in Europa utilizzando come garanzia l'oro delle Banche centrali, ed è risolto il problema del caro petrolio e dell'energia. Non stupisce che il ministro della Funzione pubblica non abbia alcuna idea dei tempi di costruzione di un reattore (né della funzione delle scorte di oro, evidentemente) quanto che una questione così tecnica sia diventata il territorio dove esercitare le più spericolate fantasie da parte di ogni personaggio pubblico. Il fatto che esperti e Nobel per la fisica come Carlo Rubbia abbiano da tempo bocciato la scelta nucleare evidentemente non riesce ad inibire l'ansia di protagonismo degli auto-didatti dell'energia.
Dal referendum che ha messo fuori gioco il programma nucleare italiano sono passati vent'anni. Vent'anni di articoli, resoconti e cronache per analizzare a fondo una scelta condivisa da molti paesi europei, e non solo per la paura dell'incidente sempre in agguato. Vent'anni di articoli obbligatoriamente noiosi per dare conto del problema sotto tutti i suoi aspetti, prima di tutto quello economico. Vent'anni di numeri senza nemmeno una smentita, a dimostrazione del fatto che l'atomo è davvero la scelta più costosa in assoluto, anche senza mettere in conto tutti i disastri normalmente pagati dalla collettività, come ad esempio l'irrisolto problema della gestione delle scorie: le poche prodotte nella breve stagione nucleare italiana ancora viaggiano per il belpaese mentre oggi si scopre che gli scarti radioattivi ospedalieri (meno consistenti ma altrettanto pericolosi) vengono tranquillamente buttati nei cassonetti. Poi ci si sono messi pure gli americani - per la precisione l'US Army - con la stima della durata delle restanti scorte di uranio: ancora venti o trent'anni al ritmo di consumo attuale, e poi ti saluto.
Alla fine si finisce con lo scrivere sempre lo stesso articolo che, numeri a parte, dice sempre la stessa cosa: il nucleare è pericoloso, di forte impatto ambientale (le scorie) estremamente costoso e, comunque, di breve durata visto che il problema dell'esaurimento non riguarda solo il petrolio.

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lunedì 30 giugno 2008

Inflazione al 3,8%, record dal '96. Volano i prezzi alla produzione

da Repubblica.it

ROMA - Inflazione record; prezzi alla produzione alle stelle. I dati Istat e le stime di eurostat, l'ufficio statistico delle comunità europee, delineano una crisi economica grave. A giugno l'inflazione è salita al 3,8%. Pasta e benzina schizzano verso l'alto: gli spaghetti costano il 22% in più rispetto ad un anno fa; la benzina in un mese è aumentata quasi del 5%. Nel 2007 costava il 12,6% in meno. Un grido d'allarme che si ripete in tutta l'eurozona. Seguono lo stesso trend anche i prezzi alla produzione dell'industria italiana: a maggio sono aumentati del 7,5%, la variazione tendenziale massima da gennaio 2003. Come pure il dato su base mensile, che è aumentato dell'1,5%.

L'inflazione segue l'infiammata. A giugno l'inflazione è salita al 3,8%, dal 3,6% di maggio portandosi ai massimi dal luglio 1996. Su base mensile i prezzi sono aumentati dello 0,4%. Un grido d'allarme che si ripete in tutta l'eurozona. A giugno, l'inflazione nella zona euro ha raggiunto quota 4%: è la prima volta dalla nascita di eurolandia, nel 1999. A maggio nell'eurozona l'inflazione era 3,7%; ad aprile 3,3% e a marzo 3,6%.

Benzina e alimentari accelerano l'inflazione. Sono ancora alimentari e carburanti le voci che fanno accelerare l'inflazione a giugno in Italia. In base ai dati forniti dall'Istat nella stima preliminare, i prodotti alimentari sono cresciuti del 6,1%, con un forte incremento soprattutto per la pasta i cui prezzi salgono in un anno del 22,4% (dal 20,7% di maggio). In forte tensione anche il comparto energetico (oggi nuovo massimo storico del petrolio, per la prima volta venduto a 143 dollari al barile), dove si registra un aumento dei prezzi del 14,8% annuale e del 2,8% su base mensile. L'aumento congiunturale è dovuto soprattutto ai carburanti, in particolare al gasolio, i cui prezzi in un mese sono cresciuti del 5,5%, portando l'aumento tendenziale a sfondare il 31,2% (dal 26,3%); la benzina in un mese è aumentata del 4,7% e in un anno del 12,6%.

Record prezzi alla produzione. Come per l'inflazione, è ancora l'energia che pesa maggiormente sulla variazione record dei prezzi alla produzione. Su base annua, il raggruppamento energia ha registrato un aumento del 21,5%. Rispetto al maggio di un anno fa, schizzano verso l'alto i prezzi della produzione dei prodotti petroliferi raffinati che aumentano del 32,1%. Elettricità, gas e acqua salgono del 12,9%, mentre alimentari, bevande e tabacco costano alla produzione il 10,1% in più rispetto al 2007. Simile la curva degli aumenti dei prezzi della produzione su base congiunturale, la benzina segna un più 10,3%, mentre l'energia elettrica, il gas e l'acqua salgono in un mese del 2%.

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Morirono bruciati in fabbrica. L'azienda chiede i danni ai familiari

da http://www.repubblica.it

di GIUSEPPE CAPORALE



SPOLETO - Quattro operai morti sul lavoro ed un'azienda che, a distanza di oltre due anni dal drammatico incidente, chiede ai parenti delle vittime, e all'unico superstite, trentacinque milioni di euro, come risarcimento danni. Tanto pretende la Umbria Olii dai familiari di Tullio Mocchini, Giuseppe Coletti, Wladimir Toder e Maurizio Manili. Trentacinque milioni richiesti a fratelli, figli e genitori.
L'atto legale porta la firma dell'amministratore delegato della società, Giorgio Del Papa, indagato dal giorno seguente la tragedia. Le accuse per il manager sono di disastro colposo con l'aggravante "della colpa con previsione dell'evento", violazione delle norme sulla sicurezza (tra cui l'omissione dolosa dei mezzi di prevenzione) e omicidio colposo plurimo. Secondo la procura di Spoleto, Del Papa sapeva che c'era gas esplosivo (del tipo esano, molto pericoloso) nei silos saltati in aria. E proprio quel gas, per la procura, è la causa di tutto. Per Del Papa, invece, la colpa dell'incidente è da attribuire agli operai.

I quattro, lavoravano per conto di una piccola ditta, che aveva l'appalto per lavori di manutenzione di questo colosso europeo della raffinazione dei prodotti vegetali. Secondo l'azienda, gli operai che quel giorno stavano lavorando all'installazione di una passerella per collegare due silos, avrebbero dovuto sapere che le fiamme ossidriche non potevano essere utilizzate in quell'intervento. E proprio l'uso di un saldatore sarebbe stata la causa, per la difesa, dello scoppio del silos. I quattro saltarono in aria. Dilaniati e carbonizzati. Una tragedia che nel novembre del 2006 scosse l'opinione pubblica, è poi divenuta un vicenda giudiziaria a colpi di perizie.

Da un lato le 250 pagine dei periti della procura (alcuni dei quali gli stessi intervenuti per la vicenda della Thyssen), dove si sostiene la responsabilità della Umbria Olii e la causa scatenante del gas esano. Dall'altra una perizia richiesta dall'azienda al tribunale civile, e affidata ad un consulente locale che riscontra come causa dell'incidente l'uso del saldatore. In quest'ultima perizia si sostiene che pur in presenza del gas esplosivo, se non ci fosse stato l'innesco della fiamma, lo scoppio non si sarebbe mai prodotto. Un errore, scrive il perito, commesso dagli operai "per fretta e stanchezza".

"Se la giustizia consente questo, cos'altro può succedere?" commenta sconsolato, Klaudio Demiri, unico superstite, che al momento dello scoppio era fortunatamente a bordo di una gru. Lui, ancora oggi, vive nell'incubo di quelle tremende sequenze di inferno e fuoco.

Intanto, l'11 luglio il giudice penale deciderà se disporre o meno il processo per Del Papa. A gennaio è fissata l'udienza civile per discutere del risarcimento. Il professor Giovanni Cerquetti, docente di diritto penale generale alla facoltà di giurisprudenza di Perugia, e legale di uno dei familiari delle vittime, parla di "azione irrituale e comunque infondata. Un caso singolarissimo, con azioni civili che espongono chi le ha promosse a quella che il codice di procedura civile definisce come "responsabilità aggravata per lite temeraria"".

Il legale non si riferisce solo alla maxi richiesta di risarcimento, ma anche alla precedente azione civile intentata contro i periti della procura. "Ci troviamo di fronte ad azioni di estrema gravità e sono assolutamente convinto che l'ordinamento possa garantire alle vittime di queste iniziative improvvide, tutte le tutele giuridiche idonee a ripararsi da questo attacco inaudito".


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martedì 24 giugno 2008

La Fiat apre in Serbia

dal Sole24ore

L’Est europeo sta diventando sempre più l’Eldorado per i costruttori automobilistici: a distanza di pochissimi giorni dall’annuncio del nuovo stabilimento ungherese di Mercedes arriva la notizia che vuole Fiat “in trasloco” da Termini Imerese.

Meta, la Serbia, precisamente Kragujevac e le sue strutture produttive della Zastava. Motivo, la saturazione delle linee di Tychy in seguito al successo della 500 e la necessità impellente di dislocare altrove la produzione della futura piccola di casa.

Troppo lunghi i tempi della burocrazia italiana per un ampliamento di Termini Imerese, secondo Sergio Marchionne. Il quale ha dunque scommesso sulla Serbia. Ecco tutti i dettagli del memorandum d’intesa.

Fiat dovrebbe assumere circa 2000 persone nella joint venture con Zastava, di cui Torino avrà il 70% del capitale. L’investimento sarà di 700 milioni di euro ripartiti fra i due partner, per una capacità produttiva prevista di 300.000 unità l’anno.

Gli uomini del Lingotto sono già a Kragujevac a studiare l’azienda in dettaglio, e il contratto definitivo dovrebbe essere firmato già nei prossimi mesi: Fiat vuole accorciare i tempi ed avviare la produzione della piccola al massimo all’inizio del 2010. La comunanza di interessi è stata naturalmente “cementata” da una serie di aiuti e da un vantaggio che resta incolmabile per quanto riguarda il costo della manodopera.

Le autorità serbe forniranno incentivi per un centinaio di milioni di euro tra contributi diretti (si parla di 3000-5000 euro per ogni assunto), esenzioni fiscali -verrà creata una zona franca valida anche per i subfornitori, dove potranno essere importati materie prime e semilavorati senza dazi- e altre agevolazioni. La città, per esempio, concederà gratuitamente i terreni per gli eventuali ampliamenti.

Tutti questi incentivi non basterebbero senza il consistente differenziale nel costo del lavoro. La paga media netta dell’operaio serbo arriva a 300 euro al mese, e il lordo per l’azienda a 450 (circa 3 euro l’ora). Kragujevac inoltre è logisticamente in una posizione non più sfavorevole di Termini Imerese: per via stradale, per esempio, è più vicina a Milano (1162 chilometri contro i 1435 dall’impianto siciliano) e vanta inoltre una lunga tradizione industriale, dato che la prima fabbrica risale al 1853.

Il tasso di disoccupazione del 30%, l’anzianità degli attuali dipendenti, la presenza di una popolazione universitaria di 16.000 giovani, con tanto di facoltà di meccanica, sono le restanti condizioni che rendono tanto appetibile questa cittadina slava.

Per Fiat, oltre alla terza base produttiva a basso costo (dopo Polonia e Turchia), c’è anche la grande opportunità del mercato russo in pieno boom. E la Serbia è l’unico Paese fuori dall’ex-Urss ad avere un accordo di libero scambio con la Russia, in base al quale -per esempio- Zastava rifornisce già di componenti esenti da dazi, la AvtoVaz.

L’accordo non copre per ora le auto intere ma il governo serbo sta negoziando per la sua estensione. Potrebbe diventare Zastava il marchio low-cost del gruppo Fiat? Le premesse ci sono già tutte, come sembra testimoniare lo striscione dedicato alla casa torinese.



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giovedì 19 giugno 2008

Tremonti, il mostro mite e l'economia - Alfonso Gianni


Le anticipazioni sul piano triennale da 35 miliardi di euro fornite da Silvio Berlusconi e da Giulio Tremonti, negli incontri con le massime autorità dello Stato, con la stampa e infine con le parti sociali, autorizzano a qualche considerazione in più che non sia limitata alla pura politica economica. Leggendo le notizie delle agenzie viene inesorabilmente alla mente il recentissimo dibattito sviluppatosi, anche sulle colonne di questo giornale, sulla natura del nuovo regime berlusconiano.
Mi schiero dalla parte di chi considera che gridare ad un nuovo fascismo sia un fuor d'opera. "Annibale non è alle porte", ha scritto saggiamente Mario Tronti. Siamo di fronte piuttosto ad un "regime leggero", come ha recentemente detto Fausto Bertinotti, un modello di repubblica a-fascista soprattutto perché a-antifascista. Ciò non toglie che il nuovo governo si muova solertemente per separare lo Stato dal diritto, per fare dello Stato d'eccezione la normalità imperante. Siamo di fronte a un "Mostro mite", come Raffaele Simone - in un recente saggio - ha felicemente definito il nuovo paradigma culturale delle destre, mutuando l'espressione da Tocqueville in contrapposizione alla legnosa aggressività del Leviatano di hobbsiana memoria.
Sia pure. Ma questo "mostro mite" non agisce solo sul terreno della restrizione delle libertà, ma anche su quello dell'economia e del suo sistema di governo. E' singolare - ma forse non tanto visto lo stato miserevole nel quale versa l'opposizione nel nostro paese dopo l'esito elettorale - che a rilevarlo sia solo il giornale della Confindustria.
Dietro il meccanismo economico vi è un disegno politico ambizioso che consiste nello stabilire una nuova costituzione materiale che vede l'assoluto primato del ministro dell'Economia nella compagine governativa e rispetto al Parlamento ridotto ad un convitato di pietra. Intendiamoci, non è solo farina del sacco di Tremonti.
Come abbiamo già osservato il nuovo governo si muove nel solco del precedente. La riduzione forzata del deficit è l'obiettivo conclamato e inviolabile e vi è una corrispondenza tra Tremonti e Padoa Schioppa persino sui tempi di realizzazione e negli obiettivi intermedi.
La stessa accentuazione dei compiti del ministero dell'economia nella compagine governativa e rispetto alle prerogative del Parlamento era già intervenuta con il governo Prodi. Ma certo in questo percorso il nuovo ministro dell'Economia ci mette del suo e tanto. La stessa scelta di investire sulla dimensione triennale e rigidamente scadenzato del piano (35 miliardi, di cui 13,1 per il 2009) dà il segno del carattere autoritario della manovra.
Ma ciò che precisa questo carattere è il suo contenuto. Ciò che viene programmata non è la crescita - sia pure in senso squisitamente capitalistico -, dunque non siamo di fronte a una nuova esperienza di programmazione economica sia pure solo dall'alto. Ciò che viene deciso e programmato nel tempo è il taglio feroce della spesa individuato come unico mezzo per raggiungere il fine rappresentato dalla riduzione forzata del debito pubblico.
E' su questo versante che il ministro dell'Economia stabilisce il suo comando sull'intera politica economica del governo al punto che lo stesso premier Berlusconi ne appare più il portavoce che non il primo ispiratore. Il metodo Gordon Brown risulta così sublimato e il mostro mite, direbbe Tocqueville, può così "degradare gli uomini senza tormentarli".
Anzi la manovra tremontiana si riveste anche di antipolitica, i tagli ai ministeri (ovvero alle spese per il loro concreto funzionamento) e, seppure con scelte assai poco nitide, di giustizialismo sociale, le riduzioni delle stock options o la cosiddetta Robin tax, cioè la tassazione delle plusvalenze sulla vendita delle scorte petrolifere. Sul piano dello sviluppo la scelta principe, anche se improbabile dal punto di vista realizzativo, è riservata al nucleare e alle famigerate infrastrutture, ovvero le grandi opere, confermando in pieno il ritorno dell'intervento statale in soccorso ad un neoliberismo che non funziona.
Ma, per ridare fiato ai centri di potere economico nel territorio, si vuole anche riportare in auge quel disegno di legge Lanzillotta sulla privatizzazione dei servizi pubblici che la sinistra radicale aveva stoppato nella passata legislatura. Sul piano del lavoro, in attesa che la micidiale direttiva europea sull'innalzamento a 60 ore settimanali dell'orario di lavoro faccia il suo corso, si pensa di reintrodurre il lavoro a chiamata - l'unica cancellazione operata dal precedente governo alla legge 30 -, di cancellare le limitazioni al contratto a termine e persino eliminare quella norma di iniziativa parlamentare che poteva impedire l'imbroglio delle dimissioni in bianco. Ovvero più lavoro per chi già ce l'ha e più precarietà per tutte e per tutti.
Non si può dire che a Tremonti manchi la coerenza. Nel suo più recente saggio aveva scritto che il vero liberalismo (che il ministro del tutto arbitrariamente contrappone al mercatismo) "si iscrive nel quadrante delimitato da quattro concetti fondamentali: libertà, proprietà, autorità e responsabilità".


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lunedì 16 giugno 2008

Terra Fuori Mercato

La sua organizzazione è a cura del Circolo ARCI ISLAND.
Trovate tutte le informazioni e le locandine al sito poi.oziosi.org

Il progetto nasce dalla volontà di promuovere l’agricoltura contadina locale a basso utilizzo di energia. Pensiamo che una agricoltura che è legata ai ritmi della natura e ai cicli biologici e alle giuste pratiche agronomiche (biologico - rotazioni diversificazione produttiva, ciclo chiuso con la zootecnia) è più sostenibile dal punto di vista ambientale e ottiene produzioni di maggiore qualità.

L'agricoltura contadina, più adatta a mantenere vivo e vitale il sistema agricolo e le tradizioni locali, è oggi minacciata dal modello agricolo industriale e dalle regole della grande distribuzione. Rischia, infatti, di scomparire del tutto e con lei un fetta importantissima delle nostre conoscenze e del nostro patrimonio culturale.

Riteniamo che un patto tra piccoli produttori e consumatori delle città può contribuire ad arrestare questo processo.
E' per questo da diverso tempo promuoviamo a Perugia, momenti di scambio di formazione e di saperi, attraverso degustazioni, cene, incontri e laboratori, cercando di far connettere e interagire produttori e consumatori, tentando di riavvicinare due ambiti che le logiche del mercato hanno separato: chi produce e chi consuma.

Vogliamo realizzare un progetto tangibile e riproducibile in altri posti. Qualcosa che rimanga e sia accessibile a tutti gli abitanti del nostro territorio. Un mercato contadino e popolare nel nostro quartiere. Per noi molto importante è anche il rapporto con i gruppi d'acquisto solidale (GAS) con cui si diffonde la pratica del rapporto diretto con i produttori.

La vendita diretta è una pratica fondamentale per il sostegno dell'agricoltura contadina e un'attività che si sta diffondendo in molte parti d'Italia.
Attraverso la vendita diretta possiamo conoscere chi produce quello che mangiamo, chiedergli informazioni su come lavora e sulle caratteristiche dei suoi prodotti. Non più alimenti che vengono da migliaia di chilometri di distanza, tenuti in celle frigo per giorni e giorni, prodotti con metodi sconosciuti in zone sconosciute, con altissimi costi in termini di utilizzo delle risorse e di inquinamento ambientale.

I mercati diventano spazi in cui è possibile costruire nuove relazioni e un diverso modo di socializzare, un'altra inclusione che sfugge alla regola imperante della produzione e del consumo impersonale, in luoghi senz'anima come i supermercati. L'assenza di intermediari fra produttore e consumatore permette agli agricoltori di avere un reddito più adeguato per la loro attività e ai consumatori di poter acquistare prodotti sani e di qualità a prezzi convenienti. L'agricoltura non è più solo business e speculazione ma torna a essere lavoro creativo e stimolante.
Lavorare la terra, coltivare un orto, partecipare a gruppi d'acquisto, autoprodurre cultura, utilizzare software libero, promuovere saperi e sapori. Sono esempi reali di “micropolitiche della resistenza”. Saremo soggettività quando impareremo che la partecipazione inizia dove si sappia mettere in comune i desideri, autoproducendo ricchezza (anche economica) e praticando cooperazione dal basso, partendo dal quotidiano.
Vogliamo un’agricoltura veramente contadina, libera da OGM.

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Bastia Umbra Altri eventi di "Gusti fuori dal comune"

da Corriere dell'Umbria del 16/06/08

BASTIA UMBRA - Quarta giornata di "Gusti fuori dal comune", rassegna di promozione turistica che si tiene nel centro sociale di Campiglione fino a domenica 22 giugno. Ieri i fari sono stati puntati su Bastia Umbra e Torgiano. La giornata si è aperta con il convegno sul tema "L'acqua dalla mitologia alle privatizzazioni: tutela, gestione, depurazione e monitoraggio delle risorse idriche", per continuare con i lavori della scuola elementare di Bastia Umbra e le attività della Pro loco locale a proposito di "Lungo un fiume, una città". Dalle ore 18, la serata è proseguita con la presentazione della cittadina di Torgiano, una cena e l'intrattenimento musicale a cura del complesso "Il ciclone". 0ggi l'area espositiva sarà interamente dedicata ai Comuni di Montefalco e Campello sul Clitunno, che, dalle ore 19 in poi, presenteranno aspetti culturali e enogastronomici tipici della propria realtà territoriale. Particolarmente interessante sarà la giornata di dopodomani, mercoledì 18 giugno, quando si presenteranno in abbinamento i comuni di Valfabbrica e Preci. Inoltre, c'è grande attesa per la giornata conclusiva della manifestazione, domenica 22 giugno. "Gusti fuori dal comune" è un'iniziativa organizzata dall'associazione "Amici del Chiascio" e dal comune di Bastia Umbra, patrocinata da Regione Umbria, Provincia di Perugia, Apt dell'Umbria, Ato1 Umbria di Perugia, Umbriafiere, Sienergia, Comunità Montana "Monte Subasio" e Cesap gas.

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domenica 15 giugno 2008

PERUGIA- APPALTI TRUCCATI

Tratto da REPUBBLICA, 12 giugno 2008

"PERUGIA - Appalti truccati. E una inchiesta che rischia di mettere in fibrillazione il mondo politico e imprenditoriale umbro. Da stamattina la squadra mobile della questura di Perugia sta eseguendo oltre trenta arresti. L'indagine è quella della locale procura sull'attribuzione degli appalti pubblici. Nei giorni scorsi, erano state eseguite perquisizioni negli uffici della Provincia, nel Comune di Perugia e nella Fondazione della locale Cassa di Risparmio e inviati una quarantina di avvisi di garanzia. Tra i destinatari, costruttori, funzionari pubblici dell'amministrazione provinciale di Perugia, un assessore del Pd, Riccardo Fioriti, e il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio. Tra gli arrestati c'è anche Carlo Carini presidente dell'Ance Perugia, l'associazione provinciale dei costruttori edili. Le persone finite in carcere sarebbero otto. Agli altri sarebbero stati concessi gli arresti domiciliari. Il pm Manuela Comodi nelle informazioni di garanzia inviate alla fine di maggio aveva contestato a un gruppo ristretto di indagati il reato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta. Erano stati inoltre ipotizzati i reati singoli di corruzione e falso pubblico. Ieri il consiglio direttivo dell'Ance aveva respinto, riunito nella sede della Confindustria di Perugia, le dimissioni di Carini il quale comunque si era autosospeso dalle sue funzioni. "

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sabato 14 giugno 2008

Urliamolo: Sciopero Generale

Articolo di Maurizio Zipponi da Liberazione del 14/06/08

Sciopero generale. Non esiste altro modo per rispondere alla quotidiana, sistematica strage sul lavoro.
Mentre la sinistra riflette sulle ragioni della sconfitta elettorale e sulla crisi di rappresentanza che l' ha travolta, mentre le grandi organizzazioni sindacali tentano di evitare l'inevitabile - ossia l'affondo diretto di Confindustria contro le ragioni della loro stessa esistenza: la contrattazione solidale e collettiva - gli eventi di questi giorni esprimono più delle parole la drammatica realtà in cui viviamo e ci indicano il "che fare" subito.
La realtà è che il lavoratore vale meno della merce che produce e delle macchine che servono a produrre, non ha bisogno di manutenzione, si può cambiare alla bisogna con un altro lavoratore.

La realtà è che il lavoro non è più strumento di emancipazione, perché con 700, 1000 euro al mese sei comunque povero.
La realtà è che il lavoro non ha più valore, perché se fai l'operaio tuo figlio fatica a dirlo a scuola; perchè per essere imprenditore basta un giorno per aprire la partita iva, mentre per fare l'operaio servono anni di apprendistato e poi comunque rimani precario.
La realtà è solitudine totale della lavoratrice e del lavoratore dipendente. E' questa la ragione principale della sconfitta della sinistra.
Quando un giovane entra in una fabbrica o in un cantiere non trova più nessuno che gli trasmetta memoria ed esperienza, perché comunque ha un contratto precario e resterà per pochi mesi e se vorrà essere assunto a tempo indeterminato dovrà dire sempre sì a tutto, dovrà accettare qualunque condizione (straordinari, turni, lavoro al sabato e alla domenica, mansioni nocive e pericolose).
Così la vita perde valore e viene ridotta a elemento a disposizione della produttività e della flessibilità imposta dall'impresa.
Allora serve una reazione collettiva, identitaria. Allora un urlo deve alzarsi nel paese: siamo operai, precari, donne e uomini che vogliono un lavoro per vivere e non per morire!

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